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La Biblioteca Immaginata: Veranda

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di Simona Friuli

Forse è perché la veranda, benché quella della Signora sia priva di vetrate, assomiglia a una vetrina, che richiama due nobili arti: declamazione e contemplazione, se si ha, invece, necessità di silenzio. Un divanetto, un dondolo – di quelli in uso una volta – sono arredamento di questo ambiente volto al giardino, aperto al vento e alla pioggia.
Due libri, custoditi tra la cuscinaglia, a riparo dalle bizze elementali, adatti a entrambe le attività che la veranda offre all’ospite. Il tempo qui va e viene: nella casa-biblioteca non è soggetto alle forze del reale. In veranda e in giardino governa la pioggia; in terrazza, come si vedrà poi, il sole è addirittura violento. Ci troviamo in un ambiente che consente di godere delle gioie visive del giardino annacquato, e al sicuro, dietro vetri sottili – un mondo isolato, in sospeso. Perché è la stanza della Biblioteca Immaginata più collusa col Tempo, nella sua mutevolezza, la Signora ha deciso di seminarvi due mondi che le sono cari in modo particolare. Il primo è un bel tomo, dalla copertina perlata, gualcita dalle troppe letture, e reca un disegno sottile, aereo, di fate e fogliette e tele di ragno. Adatto alla declamazione, ma più all’attesa paziente – la Signora non ha perso la fede, e ancora aspetta che il bel bambino indesideroso di crescere venga per lei che ancora potrebbe volare. Storia, senza svelarne ancora il titolo, da sempre irrisa o, peggio, obliata dai critici – nessun paragrafo dedicato al suo ancora misterico autore è dedicato, ad esempio, dall’illustre anglista, Mario Praz, in “Storia della letteratura inglese”. Come spiegare questo ostracismo? La storia di Peter Pan è non solo quella del suo autore, James Matthew Barrie, ma quella dell’Uomo: tutti abbiamo incontrato Peter, pur dimenticando – ma quest’opera è per ritrovarlo.


Barrie stesso lo aveva incontrato, vagolante fra le siepi in fiore e i roveti della sua Scozia, dove nacque – a Kirriemnir – nel 1860, partorito non da donna, ma dalla terra dei Faeries, del folklore. L’aveva incontrato e tenuto in sé: ed è grazie a quell’occhio di eterno fanciullo, che l’autore rende con furfanteria, umorismo, candore, la dimensione familiare tramite occhi bambini! Peter Pan nacque da una serie di tales che James Matthew Barrie narrava ai figli dell’amico, Arthur Davies, ambientati nei giardini di Kensington. Il personaggio, che ha qualcosa dell’Ariel shakespeariano, aveva già fatto apparizione in The little white bird (1902), romanzo per adulti. L’eponimo testo teatrale debuttò il 27 dicembre 1904, in forma di pantomima, e, alla fine, ecco Peter e Wendy, romanzo, (1911) a rielaborare e ampliare il pezzo teatrale. L’impianto è quello dei racconti tradizionali di avventura, poi trasposta in ambito onirico, utopico, irreale: la Never-Never Land, L’Isola Che Non C’è, da cui Peter ha provenienza, prodotto dello stupore del sogno, essa non ha rispettivo nella vita reale. Si erge a simbolo, a sintomo, anche, di una fantasia titillata in perpetuo, vorace, alienatoria: è l’Isola che iberna, che non cresce niente se non l’irreale; che non evolve; che, tossica, serba il bambino in uno stato di perenne, e disutile, fantasticamento. La dimensione è quella del fantasy, applicata dal Barrie, e con esiti unici, al romanzo d’avventura – inevitabili i richiami alla stevensoniana Tresure Island; ai pellerossa di Cooper – ma, connotazione mai valutata, autenticamente schopenaueriana: l’Isola è cangevole, e non esiste se non mediante un soggetto che la percepisca. Muta con chi la gioca, tramite la proiezione dei desideri d’evasione del singolo. L’esplorazione dei suoi recessi affatto rassicuranti ha per quest la ricerca del sé: da qui la laguna delle sirene, sogno di Wendy; da qui le conquiste di stampo imperialista del giovane e meticoloso John; da qui, infine l’Isola che, come allestimento teatrale, acquista vita solo se percorsa dal Pan.
I Bucanieri retti da Uncino; i Piccaninny, Pellerossa comandati dalla bella e pugnace Giglio Tigrato, e i Lost Boys, i bimbi sperduti – quante accezioni! Sperduti perché smarriti dalle bambinaie; sperduti perché ineducati, privi della figura direzionale materna – non aspettano che l’arrivo del bambino che non voleva crescere per riprendere le fila dell’avventura.
“I ragazzi Smarriti andavano in cerca di Peter, i pirati andavano in cerca di ragazzi smarriti, i pellerossa andavano in cerca di pirati, e le belve andavano in cerca di pellerossa. Giravano tutt’intorno all’isola ma non si incontravano mai perché andavano tutti alla stessa velocità!”
Tutti abbiamo, in memoria o potenza, una personalissima Isola Che Non C’è!
Qualche parola ancora, senza fatica, sulla figura materna incarnata da Wendy Darling, condotta all’Isola proprio per raccontare storie e rimboccare le coperte ai bambini sperduti e, più nascostamente – e meglio nel dramma! – per portare Peter Pan alla maturazione, ad assumere un ruolo paterno da lui fuggito con pervicacia! Facile leggere in questi tratti la nostalgia di Barrie per la madre amatissima ed eternata anche in Margaret Ogilvy (1896), e in due romanzi autobiografici: Sentimental Tommy (1896) e Tommy and Grizel (1900), ormai relegati all’oblio.
Perché la critica è, quindi, sconoscente? Perché avvilisce, sottovaluta un’opera che è fascinoso masque di ombre cinesi, che inscena affatto artificiosamente, e a dispetto dell’artificialità dell’Isola, quanto la tentazione di preservarci intatti, infanti, sia trappolatrice, alienante? E così che nell’Isola di gioco i bambini scompaiono, mantenuti da Peter Pan di numero uguale, così è che le bestie feroci di cui Michael vuole farsi cacciatore hanno zanne vere, così come vera è la morte che accoglie i meno prudenti – ma, è vero, è sempre sull’Isola che i baci, le ghiande, proteggono dalle frecce. Non crescere – ma l’infanzia è il paradiso Perduto che, sempre, rimpiangeremo! – è restare conchiusi, vittime della propria fantasia inconcludente.
Dimentica per un attimo, se riesci, intruso, l’Isola Che Non C’è per far visita non al giardino della Signora, ma a uno tutto particolare che, così si dice, appare dopo che una vecchia pendola a colonna ha battuto tredici colpi! È, questo, un libretto giallo amorevolmente usurato che fu sfogliato, e sfogliato: le pagine traboccano di quei maltrattamenti che, per il lettore, sono segni d’amore – aprendolo si può, persino, trovare una scritta a caratteri triangolari, che risale alla bella infanzia della Signora: “Pagina Paurosa”.
Il Giardino di Mezzanotte di Tom (Tom’s Midnight Garden), gioiello della letteratura contemporanea, fruttò a Philippa Pearce, l’autrice, il prestigioso premio Carnegie Medal, nel 1959.

Nessun intento pedagogico, ma scardinamento delle ossature della narrativa di genere; un bello stile che, senza farsi impermissivo, non contiene stereotipie. Il giardino è il primo contatto col mondo, il primo passo verso autodeterminazione e consapevolezza di sé: lo è dall’inizio, quando il lettore intravede un triste scorcio dell’appezzamento di terra cittadino – e perciò minuscolo, insufficiente – dei Long, appena prima che Tom venga esiliato a casa degli zii, i Kitson.
Annoiato dalla linearità della vita senza spazi verdi, da sempre metafora di viaggio in potenza, di valicamento dei propri orizzonti, – annoiato perché esiliato, durante il periodo delle vacanze estive –, Tom percorre a passi esitanti la casa che “sembra trattenere il fiato”. Un tredicesimo, incongruente, rintocco lo ha insospettito: nell’atrio, per far luce, svela il secondo giardino della storia – luogo di meraviglie, colmo di possibilità esplorative, è ricco di riferimenti biblici. L’orologio è, quindi, il mezzo magico tramite cui il sogno-ricordo si impossessa dell’attuale – l’iscrizione “Time no Longer” riserva possibilità prodigiose – , e prefigura la distorsione temporale a venire. è l’opprimenza priva di possibilità, atipica, di un ambiente domestico che, quasi, richiama e banalizza molti dei luoghi chiusi, e perciò sterili, della narrativa per l’infanzia al femminile – i libri “per signorine” della giovane zia Gwen vengono letti e snobbati da Tom, almeno quanto banalizzata e, quasi, rigettata è la dimensione fiabesca – è esortazione a evadere dalla realtà insufficiente, facendo intrusione in sogni altri…
“E la Signora Bartholomew dormiva e sognava…”
Così Tom svela il suo giardino di Mezzanotte.
L’avventura è al comincio: ogni notte, al tredicesimo colpo, e in stagioni diverse, Tom ritrova il giardino e diventa compagno di giochi della solitaria e selvatica Hatty – quanto l’ha amata, la Signora! Quanto si è riconosciuta! – , che si crede principessa, e, orfana come le coronate di tradizione, vive della impietosa carità della zia. Abile a nascondersi e sgattaiolare, ad arrampicarsi come bestiola; menzognera per necessità – ovvero: per abbellire una infanzia solitaria precocemente guastata dalla morte dei genitori –, questo personaggio appena abbbozzato, evanescente, è di forte interesse, privo della connotazione stucchevole delle eroine di genere – eccezion per la Mary quite contrary della Burnett e per la sua Principessa Sara.
Così Tom’s midnight garden va a corrispondere idealmente alla dimensione domestico-interiorizzata dell’avventura, adottata dalla Frances H, Burnett. Dai classici dell’infanzia di fine Diciannovesimo secolo la Pearce ha anche ripreso l’attenzione per il paesaggio rurale inglese, idealizzazione di una età d’oro, quella della fanciullezza, da rifoggiare con la memoria. La creazione di giardini segreti, Neverlands, paesi delle meraviglie e isole del tesoro fu slancio verso un passato arcadico e preindustriale rimuovente l’impatto crescente della tecnologizzazione, quanto le relative innovazioni che, ebbero cospicuo costo d’aureole! La coincidenza, quindi, tra spazio rurale e utopico, elemento escapista e nostalgico, fu cifra di molte favole vittoriane, come vittoriano fu riscoprire un mondo fiabesco popolato da fate, sirene, gnomi, giganti – Hatty, creatura misteriosa e intricata, come tutte le bambine, vive in funzione del suo giardino in cui semina commoventi letterine indirizzate a “Oberon, re delle fate” –, che, verso la fine del secolo, uscirono dallo spazio culturale adulto, fiaccate dalle scoperte scientifiche razionalizzanti l’ambito letterario, per relegarsi alla nursery.
Ecco il filo: come per Peter Pan, anche quella de” Il Giardino di Mezzanotte” è Time Fantasy, discosta dall’Historical fiction per la presenza di elementi fantastici; presuppone coesistenza di tempi secondari – la maggior parte di questi romanzi contrappone un’epoca passata reale, descritta approfonditamente, al tempo primario in cui operano i personaggi; l’aspetto magico è da ricercarsi nel collegamento tra i mondi. In entrambi i romanzi è, infatti, la temporalità anomala, di sospensione presente, a innescare l’avventura. Inoltre Tom non cresce, proprio come Pan, mentre subisce il processo di maturazione di Hatty che ha tratti angoscianti e proibitivi – il divieto di giocare in giardino; l’accelerare della crescita della bambina, esponenziale, quasi, da una visita all’altra –, proprio come Peter subirà la crescita, poi abbandono, di Wendy.
Senza svelare al visitatore altro di questo viaggio, ecco il senso intimo dell’opera.
Quella del ritorno all’infanzia è afflizione caratteristica di molta della letteratura inglese – escludendo, ad esempio, Dickens che imbastisce mondi-minaccia in cui la madre è sempre morta, così come ogni conforto e riparo –, da sempre pullulante di giardini, o mondi verdi, che ne sono ottimo simbolo. A questo motivo nostalgico si deve, ad esempio, l’impetuosità dei sovversivissimi Heathcliff e Catherine, protagonisti di Wuthering Heights.
Così è per Tom e Hatty: tempo ciclico e tempo interiore possono coincidere grazie alla mediazione della memoria, del ricordo e del sogno. Così Elena Paruolo, a questo proposito: “(…) In un certo senso, il passato e la nostra infanzia sono sempre con noi anche da adulti, come tempo non lineare della memoria.”
Bibliografia
-Barrie J.M., Peter Pan, Milano, RCS Libri S.p.A, 2015
-Pearce P., Il Giardino di Mezzanotte, Firenze, Adriano Salani Editore s.rl., 1988
-Tosi L., La fiaba letteraria inglese – metamorfosi di un genere, Venezia, Marsilio Editori® S.p.A., 2007, pp. 40/42
-Id., Dall’ABC a Harry Potter – Storia della letteratura inglese per l’infanzia e la gioventù, in Tosi L. Petrina A., (a cura di), Bologna, Bononia University Press, 2011, pp 225-226, pp 253/255
-Zoccoli N., La letteratura per l’infanzia – autori e opere, Cremona, Casa Editrice Padus, 1982

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