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La Biblioteca Immaginata: Salone, Seconda Visita

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di Simona Friuli

Dopo esser stato giustamente rapito dalle bellezze del focolare è giusto che il visitatore continui la traversata del salone che, a proposito, ha un odore svaporato di fiori di tiglio.
Ecco, sul tavolo, un ammucchio di libri; le sedie sono scomode, ma la Signora ha un modo tutto scomposto di leggere – gambe accavallate, ciondole, o rampicanti sui braccioli.
Il lettore più appassionato riconoscerà l’accrocchio di libri, compreso quello che ha già conosciuto, per quel che è: florilegio di mondi, artificiali, inconsci, fittizi, sostituenti quello reale – la letteratura non è, poi, questo? –, un florilegio che crea, in disperati aneliti all’infinito, secondi mondi più alti, che hanno le tinte del sogno.
Due volumetti neri, dai dorsi di lucida blatta; un tomo longilineo dalla copertina azzurra e da interiora di bella carta.

-Controcorrente, Joris-Karl Huysmans

la biblioteca immaginata simona friuli ricamo editoriale
In una stanza – di presentazione: lo ricordiamo – in cui tutto gronda dissipazione non poteva che essere la Bibbia del decadentismo: la consacrazione di una letteratura nuova (Remy de Gourmont). Des Esseintes, nevropatico rampollo di una nobile famiglia, in odio al mondo, si rifugia lontano dall’incessante déluge de la sottise humaine: sogna e appresta una dimora isolata, una raffinata Tebaide, una artificiale torre d’avorio in cui coltivare da anacoreta il suo entusiasmo per i fiori mostruosi e per le forme convulse – per quella, insomma, definita dal Praz come bellezza medusea, e nei suoi esiti più contraffatti. L’Huysmans, per quanto geniale, non fu scopritore o pioniere, ma rinverditore, e così infatti egli ha dimostrato di aver ben appreso la lezione di Baudelaire, plasmando un uomo che, per eludere la natura e un mondo inappagante, persegue l’idillio inserrandosi nell’artificiale. Certo, vi è anche stato un suo “periodo naturalista”, e lo si può circoscrivere tra il 1876 e il 1884, benché circoscrivere sia riduttivo. L’opera di Huysmans è, infatti, un tutt’unico: irrelegabile sotto una sola etichetta. Perché questo figlio di Baudelaire adottato da Zola portò sempre in sé, sin dagli esordi prossimi a concettualità naturalistiche, una inquietudine, una morbosità, una epidermicità sensoriale che già mostravano i segni di deviazioni e afflizioni perverse. In “Controcorrente”, che diverrà manifesto del Decadentismo, tutto è sistematizzato, armonicamente disposto in un intérieur sapientemente arredato, in nuovo accordo con Baudelaire – a sua volta stuzzicato dal Poe (“Filosofia dell’arredamento”), che ripudiò la descrizione naturalistica cambiandola con l’evocazione del luogo estetico prodotto dall’uomo. Artefazione che sfida la natura svergognandola tramite una fiera e sgargiante artificialità che è, per Des Esseintes, la marque distinctive du génie de l’homme. E anche, fatalmente, “vita come opera d’arte”, dove quest’ultima è eccentrica, bizzarra; dove tutto risponde a un’estetica del raro: dai colori dei parati delle varie stanze, alle niches dedicate a questo o quel libro – e scrematissima, impreziosita da unicità, è la biblioteca di Des Esseintes, scissa nel settore latino della décadence, e in quello contemporaneo in cui ritrovare tutta la suppellettile materiale e morale del Decadentismo – Chateaubriand, Gautier, Baudelaire, Barbey d’Aurevilly…
E poi i profumi, i gioielli, il té, e ancora vini e liquori a cui devono corrispondere altrettanti strumenti musicali, mobili, quadri: Redon, Goya, Rembrandt, e soprattutto Gustave Moreau di cui l’eremita possiede “Salomè che danza davanti a Erode” e “L’Apparizione” – e l’Huysman, cedendo al suo vezzo descrittivo, regala le più belle pagine mai scritte sul Moreau.
Lo scopo di cotanto dispendio? Sfruttare tutte le sensazioni possibili per arrivare, poi, all’esatto opposto: la deprivazione istintuale, spleen insopprimibile propagato in un clima asfittico, intossicante. Ecco l’oscillazione del pendolo: fede e sacrilego; Cristo e Schopenhauer. Una dittologia, questa, che supera la doppia postulazione (la soluzione mistico-divina; quella infera-demoniaca) tramite cui Baudelaire si propose di evadere dalla realtà comune, svelandone allo stesso tempo l’inattuabilità – ma questo ha a che vedere col finale, e non lo rovino al visitatore!

-Memorie dal Sottosuolo, Fëdor M. Dostoevskij

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“Personalmente ripongo in esso grandi speranze”, così Dostoevskij sulle Memorie, una settimana prima della morte della moglie – perché trovò nell’inferno un furioso coraggio andando avanti a vivisezionare l’animo umano proprio mentre Mar’ja Dmitrievna moriva. Questo Citati: Sebbene la moglie rantolasse nella stanza vicina, egli era in primo luogo uno scrittore: coll’atroce egoismo degli schiavi della penna, pensava soprattutto al proprio racconto. Ma Memorie dal Sottosuolo – a tratti feroce critica all’illuminismo; quindi orgoglioso diguazzo nel torbido; anche implicita dimostrazione di quanto l’ideale Romantico sia inattuabile e dannoso per l’uomo, chiudendolo nel suo orgoglio e rendendolo inadatto alla vita; vaniloquio di un sognatore abietto; anamnesi, come scrisse il Nabokov, di una mania persecutoria, e nessuna di queste cose appena dette – sarà il suo primo capolavoro, e culla di personaggi dostoevskijani in nuce, nonché strumento tramite cui l’autore, da sempre tormentato, esorcizzò i propri demoni. Ecco come nacque. Alla fine del 1862, Dostoevskij è in Inghilterra: l’atmosfera virulenta di Londra doveva affatarlo, e così fu. Fëdor visitò Kensington dove eressero il palazzo dell’Esposizione Universale – che ribattezzò come “Palazzo di Cristallo”. Tutti gli ideali del proprio tempo che egli non vedeva per suoi – la Ragione, il Progresso, la Materia, l’Industria, l’Utilità, l’Interesse, il Numero – erano lì incarnati, e proprio lì Fëdor Michajlovič sentì intatto il suo amore per distruzione e caos. Vide la Bestia Trionfante; volle vedere anche i reietti, la povera gente e una notte si recò a Whitechapel per studiarne la popolazione seminuda e selvaggia. Dissoluzione e silenzio, sia nelle birrerie in cui i disperati bevevano senza passione, sia nelle zuffe sanguinose. Si recò, un’altra volta, ad Hay Market, il quartiere delle puttane, lasciandosi fagocitare da una folla densa e fittissima che non trovava posto sui marciapiedi e invadeva la strada. Dissoluzione anche qui, allegria cenciosa pitturata a colori sgargianti, e una bambina di sei anni, sudicia, scalza, smunta che, vagando tra la ressa senza coscienza, gli fece viva impressione. Ma, tornando all’opera, è proprio la scoperta del Sottosuolo che si oppone all’utopia del Palazzo di Cristallo: dà a essa lo scacco, rivelando il nulla della visione metafisico-morale su cui si pretende di fondarla. Una vittoria sui sistemi etici del suo tempo che gli parve così importante da volerla esprimere in termini metafisico-filosofici – perciò all’inizio delle Memorie il protagonista confuta gli stessi sistemi di cui la seconda parte dimostrerà, fattivamente, l’insulsaggine. Ma è nello sdoppiamento, anche peccato d’orgoglio, che sta la peculiarità del romanzo – particolarità che tanto prossimo lo rende a “Il sosia”. Nell’affronto e nel disprezzo l’orgoglioso si astrae diventando osservatore altro di se stesso – individuo disprezzabile; osservatore che disprezza. Dualismo, messo in moto proprio dal fallimento, che segna ulteriormente l’uomo, l’egoista ossessionato, delle Memorie, allo stesso tempo personaggio sentimentale e lirico – come il sognatore de “Le Notti Bianche” – e il piccolo funzionario intrigante delle opere grottesche: queste componenti dominano alternativamente la personalità del protagonista producendo sì uno sdoppiamento ciclico, ma anche manifestando tutta la complementarietà che è, poi, caratteristica dell’autore, attivando una comunicazione fra le due metà che Dostoevskij stesso ci aveva mostrato come inconciliabili. Opera di scissione e di unione cui Nabokov imputa una certa animosa inconcludenza, è principalmente groviglio di atteggiamenti – ma, come si sa, non era amante di Dostoevskij, cui attribuiva uno stile narrativo simile alla volgare eloquenza da comizio – ed è proprio per questo che la Signora l’ha in amore.

-Il porto di Toledo, Anna Maria Ortese

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Uno sguardo allucinato e assieme asciutto su una realtà camuffata, intrisa nel sogno, sulla vita del letterato ovunque schiavo – non libero di vivere della sua penna, non libero, mai, del suo mondo interiore –, di come questo sia condanna, supplizio, di come gli Espressivi siano martirizzati dalla loro immaginazione sfrenata; di come questa, però, li salvi dalle brutture del reale. Nello specifico, la storia di una donna la cui vita è scandita dall’immaginare, poi dallo scrivere. Lo sfondo è una città di mare tramortita, sinistra, in attesa della Liberazione, talmente conchiusa da essere assimilabile a un a montagna compatta e morta; se in altre opere delle magnifica Ortese – Scrittrice che non abitò il suo tempo, ma che aveva tutto della penna Romantica; che aveva il dono di cogliere l’Irreale e il Reale appena si producono, e di fonderli in un unico sogno – è la Natura a essere la grande abbandonata, qui è l’uomo che non conosce riscatto o salvazione – ausilio, soltanto, gli viene da quella vita Espressiva che squarcia il tessuto sottile del mondo, imponendosi come rifugio, come realtà seconda, alternativa.
Opprimente e maestosa, poi, la presenza di quel Dolore universale che così ossessionò la Ortese. L’intruso più curioso potrà, aprendo appena il romanzo, sulla prima pagina che ne sostiene il titolo, scorgere una precaria scritta a matita: lettere barcollanti che rivelano una viva commozione.
“Toledana anch’io”.
Questo – ciò che si è incontrato finora – basterà a spiegare perché nel salone non si abbia necessità degli specchi.
Ben lontano da quel senso di alienazione e rintrono che viene dal pendolo, il visitatore scorgerà un altro tomo che, voluminoso, gli incute qualche terrore – ragionevolmente, ma non per la mole.

Ecco La Fonte Meravigliosa, della filosofa, pensatrice, romanziera Ayn Rand.


Con voce tonante dice della più grande minoranza che subisca continua aggressione: l’Individuo. L’Individuale è una minoranza e quando l’individuo è genio, ciò è ancora peggio: subirà continui tentativi di standardizzazione da parte della società ospitante – che diventa osteggiatrice vedendolo corpo estraneo, minaccia. Questa è la storia, realissima, di Howard Roark architetto, che in un mondo costituito da non-pensanti innesca un conflitto tra la sua visione artistica moderna, e la società che ristagna in tendenze architettoniche passate e, ormai, infunzionali: un duello molto futurista. Incorruttibile, non manovrabile, fedele al proprio ideale, Roark viene ostacolato duramente dalla collettività standardizzata e standardizzante di cui l’antagonista Ellsworth Tookey – giornalista, scrittore e dichiarato uniformatore di gusti, giudizi, pensieri – si fa portavoce, rappresentando l’etica altruista e massificata in cui Ayn Rand vedeva l’incarnazione di ogni male, poiché repressiva delle velleità individuali. Ma l’implacabile, l’Oltreuomo, non demorde e, nella guerra serrata che ingaggia contro la collettività, la fiamma ardente del pensiero, del genio, non potrà essere soppressa.
La Fonte Meravigliosa è la mente umana che, libera da vincoli e fedele alla propria integrità, è capace di creare e innovare. Un’opera dalla spropositata grandezza che va a celebrare l’essere umano libero dalle catene della morale comune.

 

Bibliografia
-Citati P., Il male assoluto – nel cuore del romanzo dell’Ottocento, Milano, Arnoldo Mondadori S.p.A, 2000, pp 270/280
-Id., La malattia dell’infinito – La letteratura del Novecento, Milano, Arnoldo Mondadori S.p.A, 2010, pp 360-361
-Colesanti M., La letteratura francese dal Romanticismo al Simbolismo, Milano, RCS libri S.p.A, 2006, in Colesanti M.,Guaraldo E., Macchia G., Marchi G., Rubino G., Violato G., pp 82/102, 371/377
-Dostoevskij F. M., Memorie dal Sottosuolo, Milano, Arnoldo Mondadori S.p.A, 2011
-Girard R., Dostoevskij – dal doppio all’unità, Milano, SE SRL, 2009, pp 36-37, 40/43
-Huysmans J.K., Controcorrente, Milano, Arnoldo Mondadori S.p.A, 2009
-Id., Qualcuno, Milano, Abscondita SRL, 2004
-Luperini R., La scrittura e l’interpretazione – storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea, dal Naturalismo alle Avanguardie (1861-1925) Tomo I, in Luperini R., Cataldi P., Marchiani L. (a cura di), Firenze, G.B. Palumbo &C. Editore S.p.A, 1997, p. 84, 118, pp, 28/31, 152/155, 596-597
-Nabokov V., Lezioni di letteratura russa, Milano, Garzanti, 1987
-Ortese A.M., Il porto di Toledo, Milano, Adelphi edizioni S.p.A, 1998
-www.aynrand.org/about/about-ayn-rand (ultima modifica: 20 maggio)

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