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La Biblioteca Immaginata: introduzione all’esperimento

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di Simona Friuli

Ho avuto il piacere di leggere “Il Museo Immaginato”, frutto dell’estroso Philippe Daverio, che prende posa dall’omonimo saggio del Malraux, da una libertà di fantasia che giustifica la genesi di una conoscenza sincretica in cui le epoche entrano tutte in conflitto.
Da tale lettura è nata la voglia di giocare, come suggerito dall’autore stesso, e trasporre il concetto di allargamento dell’informazione al mondo della letteratura, dando vita a una Biblioteca immaginata, ideale e perciò soggettivissima – requisiti essenziali e insiti nello spirito dell’esperimento.
Ma l’esperimento cos’è?
La casa-biblioteca vuol essere questo: trovare in ogni stanza di una dimora fittizia e labirintica il libro adatto che aspetta, fiducioso, di esser sfogliato. Non è che un gioco, un percorso funambolico in cui concedersi la libertà delle associazioni, e la mia biblioteca, che non necessariamente raccoglie gli scritti favoriti, è inevitabilmente effimera – il Momento è fautore tutto – e, da ciò, passibile di trasformazione.
Non ho interesse a rovinare il gusto del viaggio a chi non ha letto i romanzi schierati, da qui la scelta di non denudarli troppo; lo spazio concessomi dal mezzo che ho a disposizione, oltretutto, è più che modesto. Mi piacerebbe che i lettori, intrufolandosi in casa, prendano a prestito qualche volume, smantellando eventuali condizionamenti a priori – magari scoprendo o riscoprendo – e, soprattutto, che inventino: che inventino e pensino una propria Biblioteca Immaginata!
La mia raffinata tebaide è di pretese spicce, se si pensa al potere d’acquisto illimitato della fantasia, ma scoprirete che è bello magnificare l’idilliaco momento della lettura nel luogo adatto: ogni stanza possiede i suoi romanzi perfetti.
Buon divertimento!

SALONE, PRIMA VISITA

Il salone è la prima tappa prevista per gli ospiti della Signora – gioco a essermi estranea – e, in quanto tale, una stanza di presentazione. La padrona di casa mette in guardia i visitatori della Biblioteca Immaginata con opere che dichiarino: questo è ciò che sono, ciò in cui credo, ciò che sento. Una stanza verde: il soffitto è tripudio di bassorilievi – come in cornice, ecco le quattro stagioni –; sulla mobilia, la Signora ama il legno scuro, intimorente, ciondola un lampadario di quel materiale detto cristallo; c’è un tavolo esagonale, robusto, due credenze – delle quali una contiene un chiassoso carretto indiano, più una teoria di servizi da tè dozzinali –, poi un settimino che cela tutta una parata di bambole cieche. Due soli quadri: un ruscelletto con pioppo spelato, d’autore ignoto; una delle tante ossessive, ossessionati Salomé di Moreau – quella che, forse affranta, regge in giardino il vassoio col capo del Battista. Più in là ecco, a ridosso della porta-finestra che dà in veranda, due poltrone tappezzate a velluto fiorato, una pendola – i rintocchi, tetri, facevano rabbrividire la Signora, allora bambina –, e un arazzo che allieta con una scena arcadica: languidi nobiletti rococò; damine scalze dalle gonne rialzate. Accompagnano quella spensieratezza fuor d’uso un tavolino, e il caminetto.
La Signora. la cui natura più intima ha a che fare col fuoco, nutre una perversione smodata per le braci: ecco che dalla caminiera, un po’ vessato dal calore, fa capolino il primo libretto. Esile, bordato a linee oblique, reca sulla copertina un fumoso scorcio parigino. Qui davanti, nelle sere fredde – che sono molte nel luogo in cui si è rifugiata –, è solita leggere a voce alta gli intemporali apologhi del Baudelaire, e carezzarsi in preda al piacere. Lo Spleen di Parigi, pubblicato nel 1869 – spleen, elegante parola di derivazione inglese, formata dal greco, spleen-milza: sede della bile nera, e dunque della malinconia, sentimento di insufficienza del reale – è un sintomo. Sintomo della decadenza iniziata col tristo protagonismo delle masse, colla nascita della Società di Massa, insieme tentacolare e ripugnante, cui nella seconda metà del Dicianniovesimo secolo già corrispondeva un’opinione articolata e complessa. È opera di rigetto – come scritta da chi scende agli inferi, ma ridendo la propria sorte –, che denuncia, fruendo dell’allegoria, il nuovo status del poeta: tra massificazione e subordinazione al mercato. In tale contesto l’artista, non solo esperisce questa nuova, terrifca, entità – la folla – , ma ne viene fagocitato; già ne “Les Fleurs du Mal” si avvertiva la presenza sotterranea di un umano sciame che attira e respinge, di cui Baudelaire si fece complice, per estrarne il dramma del singolo, pur distaccandosene. Ne “Le Spleen” questa ambiguità si fa frattura. Subire un processo di massificazione, venir privati della funzione privilegiata, questo fu l’inizio della décadence: l’arte tutta smarrì centralità nella Società del Denaro. A ciò si aggiunse la piaga seconda: l’imborghesimento dell’intellettuale forzato a immetter sul mercato la propria arte, degradandola in merce: lo scrittore perde l’Aureola; il suo parto l’Aura. Quanto di questo fu sentito dal Baudelaire? Molto, a giudicare da alcuni degli apologhi de Le Spleen: “Perdita dell’aureola” in cui innesca un parallelismo polemico tra poeta e prostituta – la meretrice vende ciò che non dovrebbe costituire commercio, il corpo; l’artista smercia la sua arte.
E che ne è di quella luminosa aureola, caduta al poeta in una pozzanghera? Non si dà la pena di denunciarne la sparizione – forte la tentazione di passeggiare in incognito e darsi alla crapula come i comuni mortali –, perché verrà certamente raccolta da qualche poetastro che se ne incoronerà impudentemente.
“Il vecchio saltimbanco”poi, in cui Baudelaire identifica l’artista col mestierante, perché l’Arte, per primeggiare nel mercato del tempo, deve far mostra di sé, sedurre il pubblico con tecniche artificiali che mimino spontaneità, similmente al clown che scimmiotta autenticità e naïveté per cattivarsi la simpatia. Il funambolo baudelairiano è solo, vecchio, tragicamente racchiuso in un decadimento silente: egli è, ormai, “il vecchio poeta senza amici, senza famiglia, senza figli, degradato dalla propria miseria e dall’ingratitudine pubblica, nella cui baracca il mondo immemore non vuole più entrare”. Il rapporto con questo fantomatico spettatore, la folla, consumatore di romanzi d’appendice e narrativa popolare si fa, insomma, conflittuale.
Perciò l’artista sentì di occupare, all’interno della società, un ruolo nuovo e marginale, declassato rispetto al glorioso passato Romantico in cui fu guida dei popoli: questa la Decadenza, e questo il modo in cui il poeta maledetto entrò a far parte dell’immaginario collettivo. Ma se, tornando a investigare lo Spleen e il suo significato, il mondo è una terra desolata, preda della disarmonia e del dolore, una regione decaduta e infame su cui l’uomo regna, il Grande Verme che corrode l’esistenza umana è il Tempo, gran dissipatore. Ma Tempo, – germe di dissoluzione vanificatore dell’agire – e spleen sono la stessa cosa, com’è chiaramente illustrato ne “La Camera doppia”.
Sì! Il Tempo è riapparso; il Tempo regna sovrano adesso; e con lo squallido vegliardo è ritornato tutto il suo diabolico corteggio di Ricordi, di Rimpianti, di Spasimi, di Paure, di Angosce, di Incubi, di Collere e di Nevrosi.
L’altro polo dello spirito – l’Ideale – è, per l’uomo, universo salvifico.
Inserrato nel regno dello spleen, laddove il sentimento d’evasione suscitato dalla donna non è già sufficiente a completare l’elusione temporale, lo spirito va nutrendosi del sentimento di una realtà assoluta, trascendendo il proprio stato e la propria condizione verso il luogo edenico sognato – si veda il bellissimo apologo “Invito al viaggio” – nel quale siano eliminate le condizioni di un’esistenza spleenetica: Tempo e disarmonia.
Sì, in questa atmosfera sarebbe bello vivere, – là, dove le ore più lente contengono più pensieri, dove gli orologi suonano la buona ventura con una più profonda e più significativa solennità.
Il paese la cui unica traccia è di essere fuori dell’angoscioso universo (“Anywhere out of the world”). Questo mondo ideale ha molto a che vedere con una antinatura, poiché antitesi del reale e del naturale – “Paese strano, superiore agli altri, come l’Arte è superiore alla Natura, dove quest’ultima è riformulata dal sogno, corretta, resa più bella, rimodellata.
E cos’è antitesi del reale, se non l’artificiale?
Ma, per riassumere tutta la caratura dell’opera, basta a essere spicci un solo aggettivo: intemporelle!

“Lo spleen di Parigi” Baudelaire

 

Bibliografia
-Baudelaire C., Lo spleen di Parigi – piccoli poemi in prosa, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2008
-Cigada S., Il simbolismo Francese – la poetica, le strutture tematiche, i fondamenti storici, in Cigada S. (a cura di), Carnago, SugarCo Edizioni S.r.l., 1992, pp 34/39, p. 41
-Colesanti M., La letteratura francese dal Romanticismo al Simbolismo, Milano, RCS libri S.p.A, 2006, in Colesanti M.,Guaraldo E., Macchia G., Marchi G., Rubino G., Violato G., pp 82/102, 371/377
-Daverio P., Il museo immaginato, Milano, RCS Libro S.p.A, 2011, pp 9/13
-Luperini R., La scrittura e l’interpretazione – storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea, dal Naturalismo alle Avanguardie (1861-1925) Tomo I, in Luperini R., Cataldi P., Marchiani L. (a cura di), Firenze, G.B. Palumbo &C. Editore S.p.A, 1997, p. 84, 118, pp, 28/31, 152/155, 596-597
-Praz Mario, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Milano, RCS Libri S.p.A, 2015, pp 265/271
-Starobinsky J., La malinconia allo specchio, Garzanti S.p.a, 1990, p. 12

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