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#SalTo18. Le nostre risposte alle “Cinque domande”: Valentina Mossa

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Per alcuni è molto facile rispondere a delle domande, siano esse personali oppure riguardanti la professione che si svolge, l’approccio al mondo, le relazioni, l’amore; per altri i quesiti sono fonte di ansia, dall’estrema paranoia per un semplice “Come stai?” al sentirsi sotto pressione, fino al timore di dare la risposta sbagliata

Due voci femminili del nostro blog, una non ancora ufficialmente in carica – Simona Friuli – e l’altra che fa parte del team originario – Valentina Mossa – si sono esposte rispondendo alle cinque domande del Salone del Libro 2018, e lo hanno fatto con stile e sincerità.

Queste sono domande sul futuro… su cosa ne sarà di noi, un giorno, quando tutto questo (l’arte, la letteratura, la cultura?) ci avvolgerà diversamente nel suo evolversi continuo…

Lasciamo adesso la parola a Valentina.

 

UNO) Chi voglio essere?

“Uno, nessuno e centomila” citando Pirandello.
Voglio essere coerente ma mai uguale a me stessa. Voglio essere capace di sorprendermi e di meravigliarmi ogni giorno. Voglio essere libera, disobbediente ed innamorata, parafrasando un film bellissimo. Voglio essere la mia versione migliore, citando una ragazza che mi ha donato con generosità questa frase.

DUE) Perché mi serve un nemico?

Per quanto potrà suonare politicamente scorretto, ho bisogno di un nemico perché tutti ne abbiamo bisogno, soprattutto se lo intendiamo come qualcosa o qualcuno che sentiamo essere lontano da noi. Ma ciò che è lontano da noi dovrebbe portarci ad incuriosirci e non ad armaci e questo è ciò che Corrado Pontalti definiva, più che nemico, “straniero”. Nella concezione di questo psicoterapeuta tutti noi facciamo esperienza dello straniero, un’esperienza che si rivela inizialmente angosciosa ma che, in realtà, può essere solo fonte di ricchezza. Per Pontalti di fronte allo straniero si aprono due vie: o lo si uccide o lo si ascolta. La psicopatologia è metaforicamente legata all’uccisione dello straniero, la psicoterapia all’ascolto dei suoi racconti e alla sua cura; ed è per tutto questo che non posso che aver bisogno del nemico/straniero.

TRE) A chi appartiene il mondo?

Non ho un bel rapporto con il termine “appartenenza”. Il mio essere barese tende a dare a questo termine un’accezione negativa. “A chi appartieni?” è un modo per chiedere di chi sei, da che famiglia provieni, qual è la tua classe di appartenenza. Rimanendo sull’accezione barese non posso che rispondere che il mondo non appartiene a nessuno ma che tutti ne hanno una fortissima responsabilità. Quel che mi auguro è che possa continuare a non appartenere a nessuno, a nessuna classe sociale, a nessuna famiglia dominante.

QUATTRO) Dove mi portano spiritualità e scienza?

Ad ampliare gli orizzonti, ad esplorare nuove territorialità. Dove non arriva il cervello/scienza può arrivare la psiche – nell’accezione greca di ψυχή, anima , connessa con ψύχω «respirare, soffiare» – /spiritualità. È solo l’integrazione tra le due, ancora troppo dicotomizzate, a permetterci di continuare a guardare alla complessità del mondo in cui viviamo,

CINQUE) Che cosa voglio dall’arte: libertà o rivoluzione?

La libertà di partecipare alla rivoluzione.

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