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#SalTo18. Le nostre risposte alle “Cinque domande”: Simona Friuli

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Il tema del Salone Internazionale del Libro 2018 quest’anno è “Un giorno, tutto questo…”. È una riflessione sul futuro a cielo aperto, il cielo su Torino ovviamente, è una domanda senza punto interrogativo su ciò che più ci spaventa, ci attira, su ciò che riguarda l’arte e la tecnica, intese anche come scrittura, narrativa, letteratura, libri, cultura, qualcosa che fa parte di noi ma di cui forse non sappiamo come ci prenderemo cura un giorno.

Abbiamo chiesto ad alcuni dei nostri blogger di rispondere alle Cinque Domande sulla contemporaneità elaborate dai consulenti culturali del Salone. Eccovi di seguito le risposte di una giovane autrice, che ha già pubblicato per noi un racconto, e di cui vi sveleremo tempi e modalità di una futura collaborazione… Simona Friuli.

1. Chi voglio essere? La nostra identità è in continua costruzione. Nell’epoca del culto di sé, chi aspiriamo a essere? Che rapporto c’è oggi tra l’essere se stessi, il conoscere se stessi e il diventare se stessi?

Voglio essere, prima di tutto, persona coraggiosa e meno collerica – quest’ultima ardua impresa! Il mio ideale dell’Io – come mi vedo, e non sono – è una Salomè, una decapitatrice dal fascino venefico; sono, in realtà, una selvaggetta, una creatura boschiva, di tana, che ha della volpe e della donna. Accetto l’insoddisfazione Ideale con pugnace sportività. Non sono fantasie, queste, consone alla modernità: oggi vige il culto della rassomiglianza. Tutto, identico, deve ripetersi come cosa prodotta in serie, senza falle: l’identità individuale, la diversità – interiore, esteriore – non è tutelata. C’è il rischio che l’individuo rifiuti la propria unicità, rapprendendosi in una forma ibrida, dai contorni comuni, pur di “appartenere”, di conformarsi: è gran peccato, perché il bello risiede nel diverso, nell’Unico.

2. Perché mi serve un nemico? I confini ci proteggono oppure ci impediscono di incontrarci e cooperare? Come e perché li tracciamo? Abbiamo bisogno di costruirci un nemico per poter sperare di non averne?

Non ho bisogno di nemici che non siano i miei propri limiti da vincere – nella vita, come nella letteratura –, e forse quella misera categoria di persone che non accolgono l’Arte come necessità. Andando oltre al mio caso specifico è chiaro che all’essere umano i nemici siano indispensabili, certo più che gli amici: gli uomini hanno questa tribale tendenza a volersi divorare l’un l’altro. Senza arrivare a sterili differenze di colore, di razza, di religione – ridicole, illogiche, disumane – per l’Uomo il terribile Altro è già l’alieno dirimpettaio. Ed è un peccato, perchè un’Arte chiusa, ravvoltata in se stessa come una bestia cieca e sorda al vivere esterno non serve l’umanità. È un’arte infertile.

3. A chi appartiene il mondo? Tra cent’anni la nostra Terra potrebbe essere meno accogliente di oggi. La forbice tra ricchi e poveri si allarga. Il lavoro si trasforma e può ridursi. Milioni di persone sono costrette a lasciare la propria casa. Di chi è il mondo? Chi deve prendersene cura?

Rispondo per contrario: il mondo non è – più – dei pensatori, dei filosofi, dei lettarati, degli artisti. Tutto ciò che è pragmatico, tecnico, concreto, utile – recante vantaggio o profitto –, frigido, è quanto ora appartiene al mondo. Tra cent’anni la nostra Terra sarà “meno accogliente di oggi” perché rapinata, dimentica della sua identità culturale – sontuosa chimera che ha carne di Letteratura, Filosofia, Musica, Arte –, di ciò che fondamenta ogni etnia, nazione, individuo.
Non esisteranno margini di miglioramento finché non si tornerà a riconoscere che “di fianco alle macchine e a un’ordinata produzione gran parte della ricchezza reale di un paese risieda nella sua lingua e nei suoi pensieri, altrimenti lo vedremmo decadere a massa deforme. (…) Un paese, come non deve mancare di corsi d’acqua, di sorgenti, di nuvole, deve avere la cura o consentire la crescita di anima, coscienze, grazia, linguaggi puri, ombre azzurre, altissime: o perirà.” (Anna Maria Ortese, Corpo Celeste)

4. Dove mi portano spiritualità e scienza? Scienza e religione hanno dato forma alla nostra storia e al nostro pensiero. Ma sono state usate anche come strumenti di oppressione. C’è oggi una promessa di cambiamento e di futuro nella spiritualità delle religioni, nel rigore nelle scienze? O altrove?

Nella religione, diversamente che nella scienza, non ho mai visto altra utilità che non sia legata al conforto dell’uomo – utilità non da poco, va ammesso. La religione richiede affidamento totale, quasi una cecità; finora non ho mai avuto bisogno di cucirmi le palpebre – la trovo una limitazione. Le leggi della Scienza si basano su principi fisici, biologici, chimici, matematici, che sono imprescindibili: definire la scienza rigorosa è una tautologia.

5. Che cosa voglio dall’arte: libertà o rivoluzione? La creazione artistica può bastare a se stessa? O deve porsi l’obiettivo di cambiare le cose? Libertà o rivoluzione: cos’è l’arte, e che cosa deve e può dare a tutti noi?

Voglio un’arte libera e rivoluzionaria. Un’arte libera, non schiava delle mode, e perciò durevole, non mercificata, e quindi ricattabile, modellabile attorno al manichino dei requisiti richiesti come una cineseria scolorata, un’arte indipendente dal tempo, infusa di immortalità.
Per far questo l’Arte deve essere rivoluzionaria: non deve temere di farsi riottosa, di sovvertire, rovesciare le detestabili impalcature e posticcerie del nostro tempo – anche con la violenza verbale –, che sia andando “a ritroso”, rifugiando spaesata in un’epoca diversa, dato che a questa non appartiene, non temendo di sembrare oggettuccio obsoleto da rigattiere percorrendo le fatidiche “orme degli antichi”; che sia lanciandosi nel futuro, inventando nuove forme, nuove tinte, miscele miracolose e ancora incognite che, forse finalmente, causeranno nuovo scompiglio, turbamento, sospetto, incompresione – ma che qualcosa causeranno frantumando la stagnazione – che, insomma, saranno le forme, nuove, le strade appena ricavate, del futuro. L’Arte rivoluzionaria deve affrancare, deve rompere gli argini. Che finisca la paura di creare, di escogitare, di pensare – perché questi nostri artisti conclamati, i criceti ammaestratri dei best-sellers sono null’altro che cloni, un gregge di ovini che impugna, a volte persino con difficoltà, la medesima penna. Questi non pensano, non creano: sono esecutori. Da quando queste tristi creature hanno il monopolio della nostra letteratura – monopolio sostanzialmente esercitato su un pubblico di non-lettori, di lettori nella migliore delle ipotesi domenicali – che cosa, questa, può darci? Tempi di fruizione, visto la scrittura standardizzata, brevi e indolori, adatti a chi ha atrofizzato il cervello. Ha perduto ogni stilla di Eternità, mentre potrebbe essere ancora divina e donarci ciò per cui è al mondo: una seconda realtà – quanto migliore della prima è discrezione del singolo giudicare – dove trovare riparo. La Terra del desiderio sempre potente, dell’avventura meravigliosa… L’Arte è, per la vita pusillanime, la più grande forma di espiazione.
Tutto ciò che non è questo, semplicemente non è Arte.

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