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Berretto nordista

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un racconto di Maurizio Blini

È sera tarda quando sull’ultimo convoglio in servizio della metropolitana di Roma, sale un grosso uomo con i baffi.
Ha in mano un’enorme chiave inglese. È vestito da operaio ferroviere, con una tuta blu molto sporca e un cappellino in testa esageratamente piccolo. Ricorda vagamente quelli in uso all’esercito nordista durante la guerra di secessione americana.
Un portamento dignitoso, uno sguardo serio e allo stesso tempo lontano, immerso in chissà quali pensieri.
Lo osservo attentamente: mi colpisce questa sua figura possente, quasi d’altri tempi. Un operaio come di quelli che non si vedono più, sporco e tanto, tanto stanco.
Penso, chissà quanto e come avrà lavorato. Sicuramente un lavoro molto pesante, magari in straordinario, per raggranellare qualche soldo in più da portare a casa, dove l’aspetta probabilmente una famiglia numerosa…
Chissà cosa pensa, che cosa gli frulla nella testa…
Mi fa tenerezza.
A una fermata, salgono alcuni giovani che gli si siedono di fronte e, spudoratamente, quanto maleducatamente, si prendono quasi gioco di lui. Loro, piccoli uomini in Timberland e Rolex. Loro, vuoti a perdere, imbecilli che non sanno ancora cosa sia il lavoro, la fatica, la sofferenza, il respiro che zoppica…
Mi ribello interiormente eppure, paradossalmente, mi sostiene e mi contiene la calma e la dignità di lavoratore che quest’uomo infonde. Lo avvolge una superiorità morale, etica, mentre continua a pensare con l’aria forse un po’ turbata. Siamo in un periodo referendario e io mi chiedo: voterà SI o NO?
Ma immediatamente, sopraggiunge una triste riflessione: per lui in fondo non cambierà un granché. Chissà quante volte nella sua vita gli hanno fatto credere in un qualcosa poi sistematicamente disatteso. Chissà quante promesse ha ascoltato, magari in religioso silenzio, con umile fiducia. Eppure è ancora lì, a fare stessa identica cosa da trent’anni.
Quante e quali risposte potrebbe dare lui a chi teorizza emancipazione, eguaglianza, diritto ai diritti e tante enunciazioni fantastiche.
Il mondo cambia velocemente, eppure, sono convinto, le sue preoccupazioni non sono la riforma elettorale, il proporzionale o il maggioritario, il sistema alla tedesca o alla francese, molto più semplicemente, la conservazione del suo umile posto di lavoro.
Il viaggio volge al termine e lui, cercando di contenere un enorme sbadiglio, si alza e si avvicina alla porta d’uscita. Il nostro sguardo s’incrocia e ci fissiamo per alcuni istanti. Uno sguardo penetrante, fiero e, al contempo, riservato e timido.
In quei frangenti mi sento a disagio, impotente di fronte alla rappresentazione vivente dell’ennesima ingiustizia sociale, a una contraddizione che spesso non si riesce più a cogliere nella crudeltà quotidiana.
Per un istante provo come una sorta di vergogna per i miei, pur mediocri privilegi e per il tanto odiato cellulare che stringo in mano. Per un attimo vorrei parlargli, dirgli non so che cosa ma, il silenzio, sommerge ogni mia intenzione.
Tutt’intorno tanta gente indifferente che ride, scherza e pensa ad altro.
La stazione giunge improvvisa a interrompere il nostro sguardo.
Se ne va, con la sua chiave inglese e il suo piccolo berretto da nordista.
Il metrò prosegue la sua corsa come un serpente nella notte e io, con un groppo alla gola e un’infinita tristezza, penso.
Non so neppure chi fosse. Eppure, per un attimo, gli ho voluto bene.

[Photo “the worker” by hbynoe – DeviantArt]

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