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Fan di Fantozzi

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Quando Paolo Villaggio ha terminato il suo percorso su questa Terra, in molti hanno scritto che era morto Fantozzi. A tal punto l’uomo è stato identificato col personaggio da giungere persino a perdere quasi lo status di essere umano indipendente dalla sua stessa creazione. Ugo Fantozzi si era impadronito di Paolo Villaggio.
Se film aventi un’aura di gaia vacuità, di disperata finta-leggerezza, di ridondante e vitalissima tristezza possono essere definiti felliniani, dall’uomo Fellini, invece i protagonisti sfortunati e in lotta col mondo, vittima dei caporali e dei generali, meschini e tragicomici non sono definiti villaggiani ma fantozziani, non dall’uomo Villaggio ma dal personaggio Fantozzi.
Castigat ridendo mores, suggerivano i latini. Ebbene, Fantozzi castiga i costumi ridendo, sì, ma amaramente. Fino a quando il grottesco non ha raggiunto il parossismo e l’esasperazione tirata per le lunghe, i film aventi il Ragioniere più celebre d’Italia come perno sono stati un mirabile compendio delle brutture abitudinarie di un certo tipo di Italia. Esse sono state sfiorate e solo a posteriori intuite e messe in luce per quanto meritassero sin da subito, poiché spesso subissate dal lato più sprezzantemente esilarante delle molteplici trovate comiche di cui sono disseminati i lungometraggi del Nostro, soprattutto i primi tre, che sono altrettanti capolavori cinematografici. Parlo di Fantozzi, Il secondo tragico Fantozzi e Fantozzi contro tutti.
Parlando di comici puri, probabilmente solo Totò e la magnifica coppia Bud Spencer e Terence Hill sono citati a memoria quanto i Fantozzi stessi. Siamo sempre lì: i primi tre sono uomini, il quarto è il personaggio. Quello che forse ha rappresentato la chiave del successo del Mediocre Bistrattato Numero Uno è stato il fatto che, essendo inizialmente tratto proprio da racconti brevi che narrano le vicende del personaggio in questione (scritti dallo stesso Villaggio), i film stessi hanno in qualche modo risentito – ovvero hanno sfruttato – il tratto sincopato della storia messa in scena, riducendola a un materiale perfetto per Youtube, chiaramente nemmeno immaginabile all’epoca.
I film stessi sono, specie all’inizio, una somma di episodi che raccontano la iella epocale del suo protagonista e poco seguono un filo logico che parta da A per arrivare a Z. Piuttosto sono squarci dimostrativi, che servono ad accumulare situazioni paradossali ed estreme, con lo scopo – spesso travolto dalle risate – di mettere in scena un certo tipo di Italietta di arruffoni e approfittatori, di pseudo-lavoratori e capi inutili, di tronfi campioni della prosopopea e inarrivabili arrivisti. Tutto sommato, l’Italiaccia odierna.
Cosa significa, tutto ciò? Che se qualcosa attraversa i decenni e si ripropone – mutatis mutandis – sovrapponibile alla situazione contemporanea di un qualsiasi futuro, allora si è parlato di temi, fa effetto dirlo ma va fatto per onestà intellettuale, universali. In fondo è ciò che accade, con rispetto parlando, per le opere di Plauto, Aristofane e Terenzio, campioni della commedia sferzante avanti Cristo. Quando un tema è centrato, si ripropone nel tempo uguale a se stesso, aggiornato e modificato nel corpo, non nell’anima.
In fondo tutti gli attori e le attrici che si sono avvicendati intorno al Nostro hanno fatto la fine di Villaggio, che pure avrebbe poi dato vita ad altri personaggi (si pensi anche solo all’immarcescibile Fracchia) o prove d’attore importanti (lavorando con Avati, Fellini, Monicelli, Salvatores etc.) ma restando ragioniere. Si pensi ad Anna Mazzamauro, per sempre “la Signorina Silvani”, a Gigi Reder, inevitabilmente Filini coi suoi occhiali spessissimi, a Giuseppe Anatrelli che non esiste neppure come attore in sé, ma è passato a imperitura memoria semplicemente come Calboni (solo i fini intenditori sanno il nome dell’attore, tutt’al più identificato – alla comparsa in qualche altro film – “come quello che ha fatto Calboni”), a Liù Bosisio e poi Milena Vukotic, entrambe dimesse “Signora Pina”, e infine Plinio Fernando, attore incatenato al ruolo della figlia Mariangela.
Eppure Fantozzi resta una maschera impossibile da esportare all’estero. Come possono viaggiare fuori dai confini patri i Ramazzotti e le Pausini, ma non i Vasco Rossi e i Ligabue, così il Ragionier Ugo – stimato ma non amato dalla moglie, una confessione che rappresenta uno dei momenti più tristi dell’intera saga – non può valicare i confini. Forse va bene così, perché all’estero, all’opposto di quanto facciamo noi in Italia, stigmatizzerebbero solo i costumi italioti e si perderebbero invece l’irresistibile comicità. Che resti dunque tra di noi, a volte sfigati e a volte vittime dei capi e dei più furbi, dato che spesso gli assomigliamo tanto.

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