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Segreti di famiglia

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di Maurizio Blini

Federica è seduta sul bordo del letto. Osserva in silenzio un punto preciso sul pavimento. Una piccola e stravagante macchia scura, una tra le tante che la vecchia graniglia deve aver evidenziato nel tempo.
Il capo poggiato sulle sue mani, abbandonato. Come se questo pesasse oltremodo.
È affranta, desolata, sola.
Si guarda intorno con occhi spenti come per cercare qualcosa ma poi torna ad abbandonarsi nella posizione originaria e forse più rassicurante. In testa mille pensieri che corrono veloci. E poi ricordi, tanti ricordi, che sembrano ora precipitare improvvisamente dal cielo, come sassi. E che sanno ferire, fare male.
Si accende un’altra sigaretta e ne aspira con rabbia il fumo amico. Tossisce, sbuffa e poi nuovamente con lo sguardo attratto dal nulla.
Federica è confusa. Si gratta nervosamente la testa per poi tornare a osservare mobili, quadri e scatoloni a terra.
L’alloggio di sua sorella a Milano è un vero casino e lei non sa proprio da che parte iniziare.
Si alza quasi a fatica, come se dovesse lottare contro una diversa gravità, poi si avvicina al muro a osservare meglio una fotografia. Rimane in silenzio per qualche istante, inclina il capo e uno strano sorriso s’impadronisce di lei. In fondo guardare una sorella gemella è un po’ come osservarsi allo specchio, pensa.
Già, Laura, questa sconosciuta.
Muove il capo in una sorta di dissenso e poi cerca il suo volto nel passato, tra ricordi e rimorsi.
Di norma i gemelli sono simili in tutto, spesso identici. Beh, questa volta invece, l’eccezione aveva confermato la regola, perché Laura era stata decisamente diversa da lei. E in tutto.
Imprinting, apprendimento culturale, esperienze comuni? Tutte stronzate.
Laura già da piccola aveva una visione del mondo lontana anni luce da quella di Federica e del resto della famiglia. L’omologazione le era sempre risultata insopportabile. E infine se n’era andata di casa giovanissima. Voleva fare l’artista, già.
Federica ricorda bene i continui ed estenuanti litigi in famiglia. Con suo padre, soprattutto, poverino, che proprio ce l’aveva messa tutta la pazienza, quel sant’uomo.
Ma lei era così. Diversa, alternativa. Forse un po’ strana.
Continuava a ripetere a tutti che Viterbo era una città di merda, un paese in cui non succedeva nulla e in cui non sarebbe mai successo nulla. Che la vera vita era nelle grandi città, piene di stimoli, gente interessante, opportunità, musica, arte e cultura.
Si era messa a studiare il basso elettrico insieme a due suoi amici dai capelli rasta e che probabilmente si drogavano pure. Poi si era messa insieme a un batterista di Tuscania. Ma era durata poco. Lui forse era troppo normale per lei, anche se aveva un anello al naso.
Federica si alza e vaga quasi senza senso in quelle due camere in zona Bicocca. Le braccia conserte come a proteggersi da un fantasma.
«Era questa la Milano che volevi bella mia?» sussurra a mezza voce.
Si guarda intorno frastornata. Non sa da quale parte cominciare.
Beh, se voleva una vita sopra le righe l’aveva infine avuta, pensa mangiandosi le unghie. Che cazzo! Tutti l’avevano redarguita, avvisata, consigliata, forse anche minacciata. Fino a quello schiaffo.
Federica si irrigidisce all’improvviso e il suo volto si trasforma in una maschera dell’assurdo.
Uno schiaffo. Un maledettissimo e stupido gesto che aveva alzato e per sempre un muro invalicabile tra loro. Si era trattato di un istante, una reazione istintiva forse. Chissà. Però lo schiaffo era partito, forte, deciso e impertinente verso il suo viso.
Federica si accarezza dolcemente la guancia offesa socchiudendo gli occhi. Come in un gesto infantile.
Quel maledetto istante riemerge ora prepotente dai suoi ricordi. Quanti anni erano passati? Una ventina forse? Si chiede cercando nella sua memoria quel fotogramma sbiadito.
L’epilogo dell’ennesima discussione, l’ultima.
Con quel gesto arrogante, prepotente, provocatorio, Laura aveva infatti stabilito che si era conclusa e definitivamente ogni tipo di comunicazione con sua sorella.
Se n’era poi andata svelta, con qualche straccio infilato in uno zaino e il suo basso elettrico rinchiuso in una custodia rigida e scura come una bara. Nessuno l’aveva più sentita. Laura era come morta anzitempo. Per tutti.
I primi tempi, ricorda, quando la gente del quartiere La Quercia chiedeva di lei, papà e mamma provavano vergogna. E allora si erano inventati la storia che Laura si era trasferita in Germania e che aveva tre figli. Che era felice e che si occupava di musica. Una menzogna innocente in fondo. La reazione normale di persone all’antica e per bene, che di quella vicenda ne stavano facendo una malattia.
Federica è scossa da quei pensieri che riaffiorano insistenti dal passato.
E lei? Come aveva infine reagito a quella provocazione dello schiaffo? Duramente. Era stato il suo orgoglio ferito a decidere per un basta. Definitivo e tombale.
Poi il tempo era passato e le vite di tutti erano trascorse senza grandi emozioni, lente e inesorabili, come fiumi che si abbandonano al mare.
Federica si era innamorata, sposata e poi separata, come tanti altri, mentre i suoi genitori erano invece morti anzitempo, nel giro di pochi anni, interrogandosi continuamente su dove avessero sbagliato.
Di Laura, la corsara, come tutti la chiamavano un tempo, non era dato sapere. Scomparsa chissà dove, probabilmente a vivere di cultura, arte e amore.
Nel frattempo Federica aveva rilevato la scuola guida di famiglia, continuando a scrivere, perché questa era la sua vera passione, la letteratura. Si cibava quotidianamente di libri gialli, noir, horror che riusciva a scovare persino nei più reconditi mercatini dell’usato. La sua abitazione ne era zeppa.
Ma la vita prima o poi chiede il conto da pagare, sempre, e gli imprevisti possono capitare quando meno te li aspetti, proprio come al gioco del Monopoli. Dopo tutto questo tempo infatti, era stata proprio la polizia a rintracciarla e a comunicarle che sua sorella non c’era più.
Laura se n’era andata in un tragico incidente stradale. Nella sua Milano, la città dei suoi sogni. E lei era l’unica parente.
Quel giorno pioveva forte. Federica si ricorda di aver aperto l’uscio e di aver dovuto affrontare l’imponderabile. Una notizia che non avrebbe mai voluto sentire e che avrebbe riaperto antiche ferite mai del tutto rimarginate.
Il destino, l’ironia della sorte.
Si stropiccia le mani dopo uno scossone. Basta pensieri. Deve muoversi e smetterla di torturarsi con i sensi di colpa. Deve liberare l’appartamento e piuttosto in fretta.
Si accende nervosa una sigaretta, poi comincia a svuotare i cassetti in sacchetti di plastica. Nel rovistare l’appartamento si sente quasi una ladra. Cosa c’entra lei in tutta questa storia? Eppure quella è casa di sua sorella, sangue del suo sangue.
Il suo viso è una maschera di espressioni strane in continuo mutamento. Pensieri strampalati continuano a rincorrersi vagabondi, inciampandosi e confondendosi con ricordi dell’infanzia.
Francesca stacca dal muro la fotografia della sorella. La fissa ancora come se questa potesse darle altre risposte.
Laura sembra rispondere allo sguardo con un sorriso beffardo.
«Tutto qui sorellina?» esclama lei con piglio severo.
«Un alloggio di merda in una periferia di merda. Complimenti!»
La sua voce si spezza in un pianto. Lascia scivolare la cornice in una borsa e si riaccende un’altra sigaretta.
Con la voce rotta da singhiozzi insiste.
«Per poi morire miseramente in un ridicolo incidente stradale? Con la bicicletta sotto un tram? Brava signorina so tutto io! La corsara alternativa.»
Federica non sembra accorgersi del monologo isterico che la coinvolge. Continua a parlare e ad accusare la sorella come se questa fosse proprio lì ad ascoltarla.
«Morire e scoprire di essere sola, priva di affetti, come una vagabonda. Ma era questa or dunque l’emancipazione che desideravi e per cui hai troncato ogni rapporto con la tua vita precedente, con i tuoi affetti veri, stronza? Guarda cos’hai combinato, guardati!»
Federica è nervosa. Apre la finestra e osserva la città con occhi stanchi. Deve calmarsi. Si volta e osserva nuovamente il disordine davanti a lei. Riparte con decisione. Cerca di accelerare il macabro spoglio di quel miserabile alloggetto di periferia. Cose da tenere, poche, cose da buttare, tante.
Svuota i cassetti di un comò colmi di tutto, bollette, sigarette e accendini, medicinali di ogni natura, carte da gioco e monetine.
Poi libera una piccola libreria.
Federica ama profondamente i libri e allora inclina il capo curiosa per leggerne i dorsi storcendo però subito il naso. Ascetismo, buddismo, taoismo e tutti argomenti che non l’attraggono affatto. Poi il suo sguardo si inchioda su uno strano dorso di colore marrone. Non è un libro. Lo prende e lo apre.
Un diario.
Si sente attratta da quel volume come se questo fosse magico.
Si siede in cucinino e comincia a sfogliarlo. Con calma e curiosità.
Le parole sono importanti, Federica lo sa.
Il tempo passa e le sue espressioni mutano velocemente quanto le sue emozioni. Passa dai sorrisi ai pianti in poco tempo, quando scopre che sua sorella nel diario si confidava segretamente proprio con lei, come con un amico immaginario. E le raccontava tutto. Ma proprio tutto.
Federica la riscopre nel dolore, dopo un’eternità.
Una donna matura e per certi versi tosta, proprio come lei. Racconta delle sue esperienze, di uomini, di donne, di musica e droga. Poi racconta di essere rimasta incinta ma di aver abortito nel momento in cui aveva scoperto chi fosse veramente il padre.
Federica si interroga curiosa accendendosi nervosa una nuova sigaretta.
La risposta, una terribile risposta non tarda ad arrivare. Poche pagine dopo.
Sua sorella scrive di averlo ucciso e poi tagliato a pezzi.
Federica è sconvolta. Stringe a sé il diario con forza, incredula e spaventata al contempo. Cosa diavolo ha scritto Laura la corsara in quel diario? Non crede ai suoi occhi.
Prova una sensazione strana, come un senso di nausea con brividi. Una strana pelle d’oca l’assale irriverente. È paura. Panico.
Chiude il diario come se questo dovesse esplodere a momenti e poi se lo infila veloce nella borsa. Sbriga in fretta e furia tutto il resto e poi abbandona l’alloggio. Ora non può permettersi il lusso di esaminarlo. Deve rimanere lucida e dare un ordine preciso alle cose. Prima il funerale e tutte le sue tristi incombenze, poi a casa, a Viterbo, il prima possibile.
Solo allora potrà rileggere e cercare di capire il perché quelle parole l’hanno turbata così tanto. Solo con la necessaria serenità potrà affrontare questa nuova prova e scoprire cosa si nasconde dentro a quel maledetto diario dedicato proprio a lei.
In strada si sbarazza velocemente di un paio di sacchi neri dell’immondizia.
Le priorità sono priorità, certo, tuttavia, non riesce a pensare ad altro. Un chiodo fisso sembra perforarle l’anima. E poi quel tormento che l’assilla tra curiosità e paura.
Federica sale in auto, mette in moto e si allontana.
Ora il funerale, si ripete più volte. E poi via di qui, veloce come il vento.
E fanculo Milano!

Alcuni giorni dopo

Federica è a letto. Gli occhi sbarrati verso il soffitto e uno strano senso di inquietudine. Il diario chiuso, letto e riletto mille volte, stretto tra le mani come una reliquia.
Pensa a quelle parole che hanno trafitto le sue carni come frecce avvelenate, alle molteplici morti descritte in ogni minimo dettaglio, a quella vita dissoluta passata quasi al confine tra realtà e fantasia e a quel terribile e misterioso lato oscuro di sua sorella, vissuto e raccontato in continue e aberranti cronache di morte.
Dio santo, ma quanti ne aveva uccisi? In quale assurdo mostro si era trasformata? E perché?
Federica non si da pace e cerca nei meandri della sua mente giustificazioni che possano alleviarne il dolore.
Forse era malata, non poteva essere altrimenti. Oppure la droga. Oppure ancora, tutto quanto poteva essere solo frutto della fantasia. Una sorta di pseudo romanzo, perché no? Le morti agghiaccianti e gli strani rituali uniti alla macabra fantasia potevano non essere vere. Racconti, storie, pensieri. Forse paranoie.
Tutto sembrava così incredibile ma terribilmente reale.
L’idea che Federica si era costruita su sua sorella era stata tragicamente stravolta. Che dire però, in fondo, era passata un’intera vita.
Federica pensa a lei ora come a un soggetto misterioso, enigmatico e pauroso. Un mostro, una pazza, una tossica?
In simili circostanze è alquanto difficile mantenere un equilibrio. Le ipotesi più bizzarre si affacciano insidiose. Realtà o fantasia?
Potrebbe parlarne con Nicola, il suo amico poliziotto, quello che lavora in Questura. Ma cosa raccontargli poi? No, si vergognerebbe come una ladra e poi lui non capirebbe affatto.
Un nuovo conflitto interiore la travolge. Da una parte il bisogno di confidarsi con qualcuno per poter alleviare quell’orribile peso che grava su di lei, poter comprendere meglio il tutto attraverso una diversa lettura dei fatti, avere una maggiore lucidità. D’all’altra, l’esigenza di tutelare quelli che restano pur sempre segreti di famiglia e che non devono assolutamente coinvolgere estranei.
Che fare?
Federica torna sul diario e ne riprende la lettura. Per l’ennesima volta, con calma, pazienza e fiducia.
Prova a cercare nei meandri più nascosti e bui tra righe e parole, le risposte che cerca. Ma nulla. Assolutamente nulla. Nessun altro significato può modificare quel contenuto.
Si alza dal letto e si infila nella doccia. Rimane ferma a pensare sotto quell’acqua che picchia forte sul suo corpo, benedetta e maledetta al contempo.
Una prova, sì, questa è una prova da superare.
Cerca di elaborare con intelligenza, di andare oltre ai fatti circostanziali, alle ipotesi più assurde. Cerca di assimilare quelle parole come se fossero sue. Cerca di sintonizzarsi mentalmente attraverso l’empatia che solo i gemelli posso avere, nessun altro.
Laura, sangue del suo sangue, non può essersi allontanata così da lei. Un legame così forte non può essere spezzato solo da esperienze e scelte diverse, da visioni del mondo differenti.
Il sangue è sangue, così come due binari che non possono separarsi mai.
Federica si prepara del caffè. Poi si appoggia alla credenza dove ha posato una fotografia della sorella. La osserva seria.
Empatia. Chiude gli occhi e riesce a percepire forti le vibrazioni che la uniscono comunque a Laura. Il sangue è sangue e i gemelli sono come binari, si ripete mentalmente. Concepiti per stare insieme.
Qualcosa sta cambiando in lei. Se ne accorge. Prova sensazioni strane e una sorta di energia nuova la avvolge. La accoglie dentro di sé, come una consapevolezza mai del tutto sopita. Sa di dover leggere gli avvenimenti con occhi nuovi, diversi.
Osserva quella fotografia in silenzio. Il legame con sua sorella non si è mai interrotto, è questa la verità. Gli occhi ora sono serrati e lei immobile, con i gomiti appoggiati in quella credenza. Si concentra, vuole sentire altro. Deve sentire altro. Non può essere altrimenti.
E ci riesce, alla fine. Perché un sorriso spunta timido sul suo viso.
Esausta, torna lentamente alla caffettiera e si versa altro caffè nella tazzina.
Manca ancora qualcosa, lo sente. Qualcosa non torna e la colpa è solamente sua. Non si sta impegnando abbastanza.
Si volta verso il tavolo e osserva nuovamente il diario di Laura.
Empatia, continua a ripetersi come in una litania.
Laura ha scritto quel diario per lei. L’ha sempre citata come se si volesse confidare, confessare. Oppure.
Federica si blocca improvvisamente. Uno strano tremore l’ha colpita.
Oppure Laura voleva coinvolgerla.
Due binari seguono la stessa strada si ripete lentamente quanto ossessivamente.
Federica si scuote come in preda a dei brividi e decide di fare due passi per le vie del centro. Deve riflettere con calma. La sua mente vaga veloce tra pensieri che sfuggono alla logica. Si infila uno spolverino e scende in piazzale Gramsci. Si incammina verso piazza della Rocca e poi si ferma al caffè Grandori. Si siede in un tavolino fuori e ordina un caffè.
In lei scorrono velocemente le parole, descrizioni, riflessioni e paranoie di sua sorella. Finanche alcune circostanze macabre che però ora non le fanno più paura. Anzi. Al contrario, la affascinano.
I particolari sono così ben descritti da sembrare veri. Dei morti solo i nomi. Nessun cognome, pertanto un’eventuale ricerca sarebbe assolutamente inutile. Già, ma lei non è mica un’investigatore, uno sbirro, un giudice.
Poi, improvvisamente, una strana idea le passa per la testa. Qualcosa di assolutamente interessante. Potrebbe trasformare quel tormento in opportunità, Certo. Scrivere un romanzo. Un gran bel romanzo.
La sua espressione è bizzarra. Non è del tutto convinta. Il conflitto che la consuma ora è tra il desiderio di pubblicare quelle storie e quello di rispettare sua sorella, la sua privacy, la sua morte assurda.
Già, che fare?
Osserva la gente passare indifferente mentre una leggera pioggia rinfresca la città. Ordina un secondo caffè nonostante sia nervosa. Poi pensa alla sua creatura, La pulce nera, un blog dedicato al giallo, sua antica passione cui ha dedicato parte della sua vita. Potrebbe significare la svolta.
Un ghigno compare sinistro sul suo viso.
Destino? Un segno?
Un anno dopo

Federica è felice. Il libro che ha presentato in questi giorni piace e uno strano quanto inconsueto passa parola ne sta delineando un futuro assolutamente di successo.
Oggi è prevista una presentazione alla libreria Fernandez di via Mazzini. Lei è già arrivata, con parecchio anticipo. Parla con un paio di giornalisti, uno dei quali vecchio amico da sempre. Si chiama Gianluca e lavora a Latina. Anche lui si mostra entusiasta del lavoro che reputa di assoluto interesse.
Insieme, appartati, bevono un bicchiere di vino bianco e discutono di una presentazione del libro proprio in quella città.
Lei si mostra soddisfatta e interessata. Meglio cogliere e velocemente tutte le opportunità. La parabola di un libro è assai breve quanto effimera. Quasi il volo di una farfalla.
Gianluca la osserva con fare sornione, poi, inaspettatamente le porge una domanda sibillina.
«Segreti di famiglia. Perché questo strano titolo?»
Federica rimane qualche istante spiazzata.
«In che senso, strano?»
«Beh, la stranezza è che in tutta questa storia di omicidi, non vi è ombra di famiglia. Voglio dire, il titolo è intrigante e mi piace ma, sinceramente, spiazza il lettore.»
«Pensi? È semplicemente la storia di una donna…»
«Appunto. Quindi? Cosa nascondi dietro a quelle parole?»
Federica appare a disagio e si guarda intorno. Non le piace affatto il modo insidioso di porsi dell’amico. Ma che cazzo vuole?
«Una donna che aveva una famiglia alle spalle. Lo scoprirai nel seguito, naturalmente» sibila lei come un crotalo innervosito.
«Un seguito? Ma allora è questa la vera notizia. Una sorta di prequel immagino, che racconta la genesi di questa follia omicida. Assolutamente interessante.»
Federica imposta un sorriso sarcastico scelto dalla sua collezione privata e si allontana come un’anguilla.
La presentazione ha inizio. Parecchia gente, molte le curiosità, gli autografi, le fotografie in compagnia dell’autrice.
Federica è piuttosto nota a Viterbo e i giornali evidenziano il suo successo.
Quando la sera cala e lei torna a casa però prova una sorta di rigetto. Si lancia in bagno e inizia a vomitare. Cosa le sta succedendo?
Si fa una doccia e poi si getta sul divano. Qualcosa non quadra. Sono state le parole dell’amico giornalista a disturbarla? A scuoterla come una foglia in autunno? Si abbandona alla stanchezza senza neppure cenare e un sonno profondo la avvolge dolcemente trascinandola lentamente in un profondo e ingannevole incubo.
Si riscopre improvvisamente autrice dei delitti e protagonista di situazioni a dir poco devastanti. Sangue, sofferenza e atrocità di ogni genere.
Si sveglia di colpo urlando a squarciagola.
«Non sono stata io! Non sono stata io!»
Poi, presa cognizione del suo stato si infila nel bagno e si risciacqua il viso con acqua fresca. È stato terribile, sembrava tutto così reale, incredibile. Sicuramente frutto della suggestione. In fondo si era immedesimata così tanto nella parte di sua sorella da restare coinvolta empaticamente come in sorta di transfer. Nel romanzo Laura era lei, senza ombra di dubbio. In fondo si era come appropriata di una seconda identità, si era trasferita nel mondo, nelle emozioni, nei pensieri e nelle azioni di sua sorella.
Federica va in cucina e apre il frigorifero. Si versa un succo di frutta in un bicchiere e poi lo sorseggia seduta in una sedia con gli occhi ancora sbarrati a osservare il nulla. Si sente come tramortita. Questa esperienza l’ha decisamente cambiata. Ora vede la realtà con occhi diversi.
Le scappa un sorriso. Come se avesse improvvisamente indossato un paio di occhiali con delle lenti magiche. Sì. Lei ora vede un altro mondo, ragiona ed elabora in modo diverso, distaccato, cinico. Quasi come sua sorella.
Forse esattamente come sua sorella.

Alcuni mesi dopo
Questura di Milano, Sezione Omicidi

Il Vice Questore Antonio Clerici è intento a rileggere un verbale di sommarie informazioni testimoniali quando il dirigente della squadra mobile lo fa chiamare. Lui lo raggiunge e si siede sulla poltroncina di fronte alla sua scrivania. Lo osserva curioso perché nota in lui un’espressione del viso alquanto cupa.
«È successo qualcosa?» gli chiede a voce bassa.
Il dottor Tallone, tolti gli occhiali, lo osserva per qualche istante, poi, gli allunga un libro.
«Voglio che tu lo legga attentamente. Subito. Non dedicarti ad altro.»
Il Vice Questore Clerici prende in mano il libro e lo sfoglia lentamente.
Segreti di Famiglia di Federica Marchini. Legge la quarta di copertina, biografia, ringraziamenti per poi alzare nuovamente lo sguardo verso il suo dirigente.
«Di cosa si tratta?» sussurra con una smorfia di curiosità stampata in viso.
«In verità è stata mia moglie a trascinarmi alla sua presentazione, la scorsa settimana. Sai, lei è attenta alle recensioni e questa volta ci teneva in particolar modo.»
«Ma?»
«Ma come spesso capita in famiglia, i libri poi li leggo prima io, con la scusa che la sera non riesco a prendere sonno facilmente.»
Il Vice Questore muove il capo affermativamente senza però capire dove in realtà il suo dirigente voglia andare a parare. Decide per il silenzio e l’attesa.
«Tu leggilo. Non intendo condizionarti. Leggilo e basta. Appena lo hai terminato torni da me e ci facciamo due chiacchiere.»
«Fammi capire, è un consiglio di lettura oppure è una lettura di servizio?»
«Leggilo e non fare tante storie. Scorre, ti piacerà.»
Enigmatico e criptico. Che cosa mai vorrà dire con quelle affermazioni?
Clerici esce dall’ufficio e torna sui suoi passi.
Di fronte al computer fa una breve ricerca in rete e legge alcune recensioni. Poi visita il blog dell’autrice, La pulce nera. Interessante, conosciuto e con molte interazioni. Tuttavia, la sua curiosità non viene soddisfatta. Perché questa strana richiesta da parte del suo dirigente?
Non resta altro che iniziare il compito affidatogli. Leggere.
E il viaggio, perché proprio di un viaggio nel tempo si tratta, lo attrae sin dalle prime battute. Qualcosa di magico e perverso al contempo sembrano spingerlo verso una direzione precisa. Una sorta di strano buco nero che tenta di inghiottirlo in un vortice di ricordi malati custoditi in un passato ingombrante che credeva sepolto.
Le pagine scorrono veloci. Il suo capo aveva ragione. Federica Marchini scrive bene e sa coinvolgere il lettore. Forse anche troppo però. Perché qualcosa non quadra e lui, che qualche anno di servizio sulle spalle lo ha, lo percepisce subito.
Continua a leggere attento, affascinato, ma sempre più perplesso. Molti casi che ha vissuto personalmente, infatti, sembrano riaffiorare ora dal più profondo degli abissi. E lo fanno con una certa prepotenza, ostentazione, arroganza. Come spinti da un demone.
Poi, improvvisamente, qualcosa accade.
Clerici si blocca e sbarra gli occhi incredulo. Ma come è possibile? Nessuno se non gli inquirenti può conoscere certi dettagli.
Ma la pausa da sbigottimento dura poco. Ora è chiaro il suo compito. E continua, pagina dopo pagina, quasi spasmodicamente, sino alla fine.
Quando chiude il libro davanti a sé si sente come svuotato, privo di ogni energia. Si rilascia sullo schienale della poltrona e guarda il soffitto in cerca di risposte. Come diavolo ha potuto l’autrice avere tutte quelle informazioni sugli omicidi?
Riprende in mano il romanzo e lo osserva come se questo potesse svelare ancora dell’altro. Solo ora comprende di avere in mano una vera e propria bomba a orologeria.
Sbuffa nervoso poi si alza di scatto allontanandosi velocemente.
Quando entra nell’ufficio del dirigente allarga le mani in segno di resa, poi si limita a dire «non è possibile.»
Il dottor Tallone è in piedi, di spalle, vicino alla finestra, intento a osservare il traffico sottostante di via Fatebenefratelli. A quell’affermazione sembra non reagire. Resta immobile in silenzio per qualche istante, poi si volta lentamente guardando serio il collega.
«Ci ho pensato tutta la notte, sai? Entrambi abbiamo lavorato a tutti i casi che vengono descritti nel romanzo. Casi che non hanno mai avuto un colpevole se non sbaglio.»
«Non sbagli…» replica Clerici con le braccia conserte e un’espressione cadaverica.
«Insomma, se si trattasse di una sola indagine potremmo anche alludere all’ironia della sorte, a una fuga di notizie. Ma qui abbiamo l’esatta descrizione di numerosi omicidi corredati da modus operandi e tecniche di tortura uniche nel nostro paese. Vengono descritti dettagli che solo nella nostra corrispondenza riservata trovano riscontro.»
«Quindi? Che idea ti sei fatto?»
Il dottor Tallone si siede alla poltrona e fissa il collega come una serpe.
«Quel libro lo ha scritto uno di noi oppure l’assassino in persona.»
«Scherzi?»
«Ti sembra abbia voglia di scherzare? Indagini a tappeto su questa donna. Sentite anche la Questura di Viterbo e fate una mappatura di tutti i luoghi da lei frequentati nell’ultimo anno. E poi riprendiamo in mano tutti quei casi. Che non sia la volta buona.»
Il Vice Questore Clerici, senza più parole, si mette subito all’opera. Chiama i suoi collaboratori e li manda in archivio a prelevare i faldoni di tutti i casi di omicidio insoluti degli ultimi anni. Spiega loro la situazione, le similitudini e le contraddizioni di quello strano romanzo. Poi chiama un collega alla Questura di Viterbo e lo rende edotto sulla cosa. Gli spiega le modalità precise in cui erano state rinvenute molte vittime, gli parla di rituali e di modus operandi unici in tutti i casi. Poi si abbandona sulla poltrona esausto e ancora sbigottito, perché questa storia ha veramente dell’incredibile.
Passa poco tempo e tutto il materiale è raccolto su di un grosso tavolo. Si appendono pannelli ai muri con le fotografie delle vittime, le loro schede e i loro profili. I ragazzi della omicidi iniziano a spulciare tutta la mole di vecchi documenti arenati dal tempo. Uno di loro si è messo a leggere in fretta e furia il libro.
Poi una telefonata arriva dalla Questura di Viterbo. È il collega di Clerici.
«Ciao Antonio, ripensavo a quello che mi hai detto poco fa circa il modus operandi di quei vostri omicidi. Bene, ho collegato alcuni dettagli e mi è tornata in mente una discussione recente con un collega di Latina.»
«Latina?»
«Sì, Latina. Perché un paio di settimane fa, hanno rinvenuto sulla spiaggia i resti di un cadavere. Era sparsi un po’ ovunque ma disposti secondo un preciso schema. Lo stesso che riporta ai vostri casi se non sbaglio.»
«Si conosce l’identità della vittima?»
«Sì, si tratta di un giornalista, uno piuttosto noto. Un certo Gianluca qualcosa…»
«E lei, la Federica Marchini è stata a Latina per caso in quei giorni?»
«Esattamente la sera prima. A presentare il suo romanzo.»

Il giorno seguente

Oggi è una bella giornata di sole. Federica è appena uscita dalla doccia. Indossa un accappatoio bianco. Si avvicina a uno dei suoi gatti e lo accarezza dolcemente mentre questi inarca la schiena. Poi accende la televisione e si affaccia alla finestra.
Guarda il traffico sottostante, poi il cielo azzurro. Si sente bene.
Si volta verso il tavolo e prende una sigaretta. La accende e poi aspira soddisfatta il suo fumo amico. Prepara la caffettiera e prende in mano una tazzina quando, inaspettatamente, sente suonare il campanello.
Si avvicina alla porta e apre. È la polizia.
«Federica Marchini?» le chiede uno di loro, con una cartellina in mano.
Lei chiude solo per un attimo gli occhi. Poi risponde.
«Sì. Sono io.»

Sisters, photo by Ownroom on DeviantArt

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