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Le intermittenze dell’anno che verrà

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Cari amici vi scrivo così mi distraggo un po’ e siccome siete molto lontani più forte vi scriverò.
Oggi saluteremo il vecchio anno per dare il benvenuto a un nuovo ciclo di trecentosessantacinque giorni colmo di buoni propositi, speranze, diete e promesse verso se stessi.
In fondo, se ci pensate, il primo gennaio 2018 sarà solo un giorno come un altro. Solo l’ennesimo trascorrere di un lasso temporaneo. Eppure, crescendo, mi rendo sempre più conto dell’importanza del tempo.
Anche se la mente tende a sentirsi infinita, il corpo non è dello stesso avviso. Il corpo è un calendario, un orologio, una macchina, una sigaretta, segue un conto alla rovescia a suon di reumatismi, intolleranze alimentari e malesseri di ogni forma!
Un po’ come il tradizionale countdown di dieci secondi prima della mezzanotte che, secondo più secondo meno, non è mai uguale per tutti. Proprio come il tempo e come i dolori muscolari.
A darcene prova ci pensò il visionario Maestro Canello, nella famosa sequenza del veglione di Capodanno nel primo film di Fantozzi.
È vero gli egizi hanno creato la giornata di ventiquattr’ore e Papa Gregorio XIII il calendario, ma la verità è che il tempo è soggettivo.
Il tempo inteso come anno, mese, giorno, ora, minuto, invece, è solo il metro di misura della nostra illusione di cambiare. È un po’ come la fede, ci si aggrappa a essa con la speranza che, varcata la soglia, ci sia un paradiso ad attenderci. Troppo misera la consapevolezza di tramutarsi in un banchetto per vermi o in crema chantilly o addirittura in un tortino di carne preparato con amore dalla dolce Mrs. Lovett del film “Sweeney Todd”.
Il paradiso è il nostro “anno nuovo”, il nostro proposito migliore!
«Il prossimo anno mi metterò in forma, il prossimo anno cambierò mentalità, il prossimo anno mi darò da fare, il prossimo anno incontrerò la donna della mia vita, il prossimo anno smetterò di fumare, il prossimo anno realizzerò la più grande opera della storia, il prossimo anno… vi faccio vedere io chi sono!».
Tutto ciò in un subbuglio di non accettazione di se stessi. Sono in pochi a comprendere che per apportare grandi cambiamenti non bastano un cucchiaio di lenticchie, un bicchiere di spumante, petardi e stelle filanti eppure tutti noi sentiamo l’esigenza fisiologica di mettere un punto simbolico ad ogni cosa, una fine… una morte.
La morte: la più grande ingiustizia donataci da madre natura! L’unica fine che non riusciamo ad accettare nonostante sia costantemente sotto i nostri occhi. Gli smartphone muoiono, le lampadine muoiono, le pile del telecomando hanno lunga vita ma muoiono anche loro, il cibo muore tramutandosi in “dirigibile marrone senza elica e timone”, i sentimenti muoiono ma non ci crediamo a causa di sto cazzo di Walt Disney, ogni dannato essere vivente di questo mondo muore, muoiono addirittura le stelle… le persone no! Noi siamo oltre la morte! Il tristo mietitore bussa alle nostre porte e noi siamo pronti ad offrirgli un drink, inondarlo di domande stupide sull’aldilà, provare addirittura a puntagli una pistola contro, come ci insegna la meravigliosa sequenza finale de “Il senso della vita” dei geniali Monty Python, pur di prendere tempo.
Saramago, lo scrittore che ha un rapporto complicato con la punteggiatura, decide di regalare l’eternità allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre nel suo libro “Le intermittenze della morte”. Fidatevi, alla quinta pagina vi convincerete che la morte è cosa sacrosanta!
Lo so avreste preferito una letterina positiva e motivazionale per il 2018 ma forse è il caso di smetterla di prendersi per il culo!
Il prossimo anno molto probabilmente sarà identico a questo. Noi saremo identici!
Usciremo troppo la sera, compreso quando è festa. Metteremo i sacchi della differenziata vicino alla finestra convinti di salvare il pianeta. Staremo senza parlare per intere settimane e quelli che hanno niente da dire continueranno a blaterare!
Avrei voluto un po’ della positività dell’immortale Lucio Dalla, uno dei pochi cantautori ad esaltare la bellezza della vita senza risultare banale, moralista e patetico.
Avrei voluto scrivere una lettera “per poter riderci sopra e continuare a sperare” ma sono troppo impegnato a illudermi di cambiare me stesso per regalare parole di speranza a voi lettori.
Non sono un profeta, né il vostro adorabile mental coach, né il presidente della repubblica, tantomeno il Papa.
Sarebbe bello rompere un po’ le barriere senza aspettarci il buon consiglio da qualche oratore illuminato e sarebbe ancor più bello smettere di pensare sempre e solo ai problemi puntando il dito sul resto del mondo.
Il mondo fa schifo ma è anche meraviglioso. Sta a noi deciderlo! È tutto nelle mani della nostra immaginazione, del nostro saper andare oltre, del nostro decidere di essere come vorremo che fossero gli altri. Forse dovremmo imparare a donare leggerezza alle nostre esistenze, prenderci meno premura di noi stessi per prenderci più cura di noi stessi. Forse dovremmo capire che le nostre azioni e non azioni contano più di quanto crediamo.
Probabilmente ha ragione Frank Zappa quando dice “nella lotta tra te e il mondo, stai dalla parte del mondo”.
Vi propongo una cosa: piuttosto che attendere con ansia l’ennesimo discorsetto paraculo su come sarà fantasmagorico il nuovo anno, scrivetelo voi. Agite.
Scrivete una canzone per voi stessi, la vostra “L’anno che verrà” senza renderla necessariamente pubblica per qualche manciata di like. Scrivete alla vostra intimità.
La scrittura è uno psicologo, un coniuge, un amico, un comico ed è gratis!
Non occorre essere Dante, Pavese, Calvino, Camilleri, Stephen King o J.K. Rowling per poter scrivere, basta aver voglia di parlare a se stessi senza pensare di doverlo fare solo per mandare la frecciata pubblica all’ex fidanzato/a, al consigliere comunale di turno, agli amici che te lo mettono nel culo e alle persone falZe che bramano alle vostre spalle.
Vi svelo un segreto: le canzoni sono eterne e io, come Saramago, per questo capodanno vorrei porgervi in dono l’eternità.
Questo è l’incipit, il resto sarà la vostra eterna storia.
Buon 2018.

“Caro amico ti scrivo
così mi distraggo un po’
e siccome sei molto lontano
più forte ti scriverò.
Da quando sei partito
c’è una grossa novità
l’anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va…”

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