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La fiammiferaia, ovvero la pericolosità del sogno

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La piccola fiammiferaia Ricamo Editoriale Simona Friuli

di Simona Friuli

Un paesino che era stato villaggio e, prima ancora, pietra soltanto; una cascata; un fiumiciattolo torbido che avvolge e che chiude: era il luogo tutto grigio e verde-muschio della nebbia che aggomitolata a spettro partoriva neve e ghiaccio. Un posto serrato e defunto, la cui unica uscita è per il cimitero – le case dei morti: grigia roccia scavata che saluta e fiacca i rari visitatori – e poi c’era un lupo, un lupo nascosto dal manto come notti lunari, rilucente, con occhi azzurro-crepuscolo che attende e che ha fame…
I fiammiferi glielo avevano detto e la Sognatrice senza coscienza, non ricordando freddo né inverno, si era gettata sulla stradina che il gelo aveva intagliato a cristallo, nel buio cercando quel che ancora non c’è.
«Non fare troppo tardi, bambina, non questa notte!»
Ma la fiammiferaia, che non ha orecchie per queste voci, scende, scende come le era accaduto l’anno passato, quando era caduta ammalata; in ipnosi sfrega un fiammifero, e i lividi che le martoriano le caviglie, violacei come se avessero colto rododendri disegnandoglieli sulla pelle, non sono più affiorazione di capillari come ragni o comete, ma ametiste cucite alle calze che nel reale non porta. Accade che quella notte si celebri una Nascita fortunata; la Sognatrice più volte si è chiesta, non sapendo di farsi blasfema, perché vengano al mondo bambini tanto lucenti mentre lei è pallida e come fatta di cera e, anche, come accada che soltanto pochi si attardino, degli abitanti di questo mondo che sempre sgattaiolano, furtivi come topi, scarafaggi, o lombrichi – quanto di più disgustevole s’imputa alla Natura – cui la ricorrenza mette una doratura posticcia. Ma quella che è, poi, un’ammalata, non ha occhi per accorgersi di quel povero scodazzar d’animucce, né del lupo grande, grande fino al cielo.
Se tu, lettore, potessi vederla ne avresti pietà, proprio perché è una fiammiferaia – i fiammiferi sono, pensa bene, la chiave di tutto – e quel vizio così aberrante, che le hanno messo le fiamme, di sognare senza una sosta in sprezzo e negazione del mondo esteriore, le ha mantenuto il corpo dei suoi dodici anni.
Doveva esser stata, quando ancora non conosceva il fuoco, una ventenne dalla pelle color della noce, zingaresca e robusta a dispetto dei capelli biondicci: d’estate si dava ai ruscelli e, emergendo come l’Ondina, mostrava come fossero egida i capelli imbrogliati; era, adesso, una stralunata mendicante, smunta per il troppo fantasticare, affilata come una donnoletta. Ammalata. Ma i suoi occhi – attento ai suoi occhi, se la stai immaginando – sono l’orrore più bieco. Aperti, e tanto che sono una deformità, quasi appartenessero a un animale di grotta assuefatto all’ombra – malgrado fosse stata la luce ad allargarli –, spalancati talmente sulla frattura dell’immaginario che trucca il reale, da assomigliare a orbite vuote. Immaginate questi occhi tutto bulbo, con pochissime ciglia – ulteriore segno della sua depravazione onirica – immaginateli fissi su un mondo che ella soltanto vede; capirete perché le comprassero i fiammiferi. Pena e angoscia: consolata da una moneta dispensata con sufficienza, speravano che tappasse quei fori del diavolo; non sapevano che il denaro non aveva, per lei, valore.
Che le dessero un sogno, uno soltanto di quelli che sognava: allora sarebbe stata felice!
Niente era sospettabile della sua malattia: quel prodotto fasullo che è l’essere umano moderno ha da tempo dimenticato il sognare, e non può comprendere il dramma di quella sola superstite afflitta da un antico malanno che, conoscendo l’immaginario, non può che rinnegare il reale con tutte le sue sporcherie.
La bambina cova, anche, una commovente affezione per le case illuminate, forse perché all’interno impaluda il calore – una quantità così enorme di fuoco da bastarle per tutto un giorno – ed eccola inebetita e appostata sotto le finestre dagli aloni rossi, o le terrazze tronfie come matrone insetate.. I vetri sono appannati e l’ammalata – che, inconsapevole, batte i denti dal freddo – immagina ciò i vetri custodiscono, se alberi agghindati, persone che si concedono abbracci, bambini felici come felice fu lei, questo non sa.
Nessuno è per strada, eccetto un ladro che a morte bastona un segugio, e i pochi affacciati non prestano aiuto perché povertà e cattiveria sono da temere a malattia, e si infiltrano sotto la pelle di chi tocca, tutto infestando; poco importa se la tanto attesa Ricorrenza chieda l’uomo migliore di quel che poi è.
La credono pazza, perché barcolla tenendo pollice e indice giunti davanti al viso – così poco basta. E ancora si attarda e sfrega un secondo fiammifero dando il viso alla fiamma, quasi a precipitarvici dentro – non c’è plenilunio, né stella filante che possa qualcosa contro la sua sete di fuoco – e i suoi piedi non sono più scalzi, ma racchiusi in scarpini di raso.
La fiammiferaia balbetta qualcosa, qualche parola – principe, stella, cappello – stringendo il cerino, catturata, instupidita dalla luce che sta per morirle tra le dita. Continua, sulla strada del paese e, mentre un uomo assolda una vecchia puttana senza denti e capelli, scivola sulla pietra grigia che il ghiaccio ha inargentato; barcolla accanto a un abbeveratoio in, un microcosmo in cui immobile, congelato, ristagna un mazzo di fiori. Mai finirà il tempo, in quel luogo tutto grigio e verde muschio, della nebbia che partorisce neve e ghiaccio… La fiammiferaia non si ferma, nè torna a casa e cammina ancora, cammina in pena, soffocata dalle case di pietra, dalla pietra dei vicoletti, dai vicoli che finiscono nella montagna che tutto chiude, e non sente freddo: non ha occhi per il lupo-inverno che acquattato e vigile la sovrasta puntandole gli occhi sui piedi nudi e tumefatti, quella cosa che non ha saliva ma brina, che respira nebbia – che la prenderà, forse per misericordia, perché è come una cieca smarrita. L’ennesimo fiammifero si estingue in un crepitare che è più un lamento, ma gli occhi della Sognatrice e, ancor più dentro, le sue pupille, restano bruciati dalla fiamma, così che non vede altro che fuoco….
Non è inverno e lei non è povera, e nulla sa degli abiti lisi che non la riparano e in cui non si serra: nei suoi sogni estivi l’aria manda odore di ranuncoli e sole, e diffonde un canto di festa. Il terzo fiammifero trasforma i suoi stracci in nobili vesti; le avevano raccontato, quando era bambina, di una principessa favolosa – “Si fece cucire abiti d’oro battuto, di seleniti e perle, e un terzo disseminato di stelle.” Ed eccola mentre piume le sbocciano sulle vesti: ecco che diventa uccello. Con la breve fiamma, malefica, che stringe tra le dita, che quasi la brucia, si aggira per qualche secondo – un sorriso incosciente le guasta il viso – non sentendo l’odore stantio, di deliquescenza e d’urina dei vicoletti che sviscerano dalla via principale: nelle orecchie gelate si riversa un rintocco.
Sono campane a festa, una festa solo per lei.
Ma senza la fiamma l’incanto svanisce e la Sognatrice, le ciglia ghiacciate, le dita morse dai denti del lupo, sfrega, sfrega ancora e il cerino, finalmente, le mostra ciò per cui è scesa.
Ci sono fiori – né rovi, né rami sporchi – soffiati dal vento contro le guance, petali vagabondi che scivolano sotto le scarpette da ballo, e la strada è lunga e giallo-sole, con attorno tante persone, persone riccamente vestite che guardano lei.
“Nessuno sapeva chi fosse né da dove venisse…”
Si spegne il fiammifero e si spegne la fantasia, allora la Sognatrice sfrega, sfrega ossessionata e accende tenendo , gli occhi allucinati sulla fiamma, e non vede che la strada, di pietra e rami spogli, di gelo, su cui trascina i piedi, la conduce tra le zampe del signor-inverno. Sulla pelle sente soltanto i baci dell’estate; le campane suonano e il cuore le duole per la gioia, perché tra le mani non più stringe la scatola di fiammiferi, ma un mazzo di fiori di campo, fiori recisi che appartengono ancora all’erba e hanno, a bellezza, perle d’acqua e veli di ragno. In fondo alla strada la chiesa dal sogno trasformata in sacello, circondata da aranci e limoni come in un paese rosso del languido Mezzogiorno in cui non c’è amore per le asperità o per le geometrie forsennate dei monti – lì, sogna, il freddo è bandito.
Il Principe che l’attende alla fine dell’accrocchio di sudditi.
“Chi è la fortunata, scelta dal nostro signore?”
“Una principessa: le principesse si riconoscono dalla chioma.”
Perché la fantasia le ha messo tra i capelli non fiocchi di neve o lacrime di ghiaccio, ma steli di soffione e corone di margherita.
È il giorno delle sue nozze quello che sogna, e l’uomo che l’ha scelta, che ha scelto una miserabile senza lignaggio che non si sa di dove venga o dove finirà, è il Principe che una volta soltanto intravide a cavallo. Era arrivato lentamente, veniva verso il cimitero, portando saluto a una contadinella che aveva colto e di cui si era poi disfatto, che per lui era morta consunta – questa, almeno, le suggeriva l’immaginazione.
Non l’aveva vista subito, ma di lei si accorse – al freddo, spalle curve e racchiuse, curva come una bestiola furtiva – e la guardò, la guardò una volta soltanto, attentamente, prima conoscendola poi, così le era sembrato, come avendo cuore di trattenerla nel caldo dei suoi occhi di brace. E per salutarla si era tolto il cappello sorridendo; poco mancò, così almeno credette la fiammiferaia, che le desse un fiore. Principe a cavallo, vasto, grande, nobile come un albero, forse avendo pietà della sua miseria, se n’era poi andato. E cos’era stato, per la Sognatrice dal cuore malmesso, vedersi omaggiata a quel modo? La felicità di tutta una vita che, era e sarebbe stata, oscura e senza gioia. Egli era gentile, lo si vedeva, e aveva occhi buoni, – certamente non si struggeva per l’imperfezione del mondo, esiliandosi in sogni malati – ed era così forte alla vista e così giusto all’istinto che la fiammiferaia ne restò ustionata, e sognò per molte notti, tenendosi tiepida contro i corpi dei suoi sette fratelli cenciosi, di essere sollevata da quelle braccia forti e portata in salvo nell’estate, dove non c’erano vento-neve, né montagne, né corvi, gli orribili uccelli che il gelo congelava impiccati sui rami degli alberi, ma solo acqua d’oro e quel vento dolce di adesso che le soffiava sulla bocca e scuoteva campane.

Non poteva che trattarsi di una sua fantasia, questo era chiaro – soltanto a noi, sfortunatamente – ché al mondo, oggi, non esistono Principi, né venti tanto tiepidi, e le donne non assomigliano più alle bambine, né portano petali tra i capelli…
E adesso era lei, la Sognatrice, che stringendo tra le dita l’ultimo dei suoi fiammiferi, il mazzo di fiori con cui salutava quelle persone – che altro non erano se non immagini, figure di un sogno, uomini di cuore che non sono più – sorrideva all’uomo che l’attendeva alla fine della strada, sotto la chiesa, guardandola come quell’unica volta; ma non era stato, forse, il pensiero di una sua innamorata lontana ad avergli fatto togliere il cappello, quel giorno, tanto tempo prima? La fiammiferaia, ormai principessa, lasciò che il Sogno la prendesse definitivamente, che toccasse il suo corpo da uccellino stentato ma ricoperto di piume che, alla fine del sogno, avevano raggiunto il massimo degli splendori: si lasciò baciare sulla fronte, un bacio che le mise una stella tra le sopracciglia. Al sogno, con quanta gioia, si immolò e, proprio mentre egli la sposava promettendole cieli torbidi e mari dorati in cui, pareva, il sole si abbandonasse colando e fondendo come oro fuso, le zanne del lupo che non aveva mai smesso l’attesa, la presero, e la piccola fiammiferaia cadde morta a terra.
Morta di freddo e di fantasia.

La piccola fiammiferaia Ricamo Editoriale con Simona Friuli

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