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La notte più lunga

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“Ho infilato il cappio alle mie notti più lugubri
Ma ho visto negli specchi evaporare le immagini
E diventare vecchio ciò che un tempo era giovane”
Subsonica – Albe Meccaniche

 

Valeria seguiva la scia del profumo di sua madre. Aspro. Speziato. Denso.
Il portone sbatté alle sue spalle, un colpo misto di vetri e metallo. Correndo si era data una rapida occhiata allo specchio nell’androne: il cappottino verde pisello con il merletto nero intorno al cappuccio, le gote rosse, ma seppur guardando non aveva scorto i suoi occhi. Era passata troppo velocemente.
Si fermò di scatto. Di fronte a lei la piccola discesa, alla sua destra la scalinata rotta e alla sinistra la biforcazione che portava ai box – bui e silenziosi, con i passi che echeggiavano, la puzza di muffa, Valeria non amava scendere lì sotto, e quando gli altri bimbi ci andavano a giocare la prendevano sempre in giro – e poco distante l’altra scalinata.
La scelta era sempre la più semplice, la discesa lungo cui accelerare ancora dopo l’inseguimento a se stessa tra le scale. E poi il grande parcheggio, spesso la mamma e il papà già in auto. Salivano nell’ascensore e andavano dritti nell’abitacolo. Niente “dammi la mano”, niente corse a perdifiato a chi arriva prima, niente “schiaccia tu il tasto per aprire la macchina”. Solo il motore rombante e alcune chiacchiere tra loro, Valeria in auto e si parte. Stop.
La bimba dai capelli corvini, bianca come il latte, sorridente e molto graziosa, si incammina a passo svelto. È a metà della discesa quando sente un rumore di passi alle sue spalle, e allora torna indietro. Ma non c’è nessuno.
Altro rimbombare. Di tacchi o di suole forse? Valeria si affaccia ancora lungo la discesa ma non vede nemmeno un’ombra, le pare quasi che non ci siano macchine parcheggiate, si guarda intorno è il vuoto sembra non dar spazio ad altri che a lei.
«Papà, papà…» il grido soffocato si perde.
«Mamma?» il vibrare interrogativo delle corde vocali, lo scoramento.
A piccolo passi arriva al parcheggio. Niente, nessuno, è deserto.
Adesso è come se i piedi avessero messo delle radici. Le pulsazioni cardiache nello stomaco.
Era come quando si sentiva sola la notte e a volte spaventata dal buio e provava ad andare in camera dai genitori. Spesso la porta era chiusa a chiave e allora lei qualche volta aveva bussato e solo dopo un po’ la mamma le aveva detto di tornare a letto e il papà le aveva detto che poteva guardare un po’ di tv. Valeria ormai aveva imparato che quando faceva un brutto sogno era inutile andare in camera dai genitori, anche quando l’uscio era socchiuso non la facevano dormire con loro, nemmeno una volta ogni tanto, come invece succedeva alle sue amiche Monica e Giulia. E allora lei ormai andava davanti alla tv.
Era ancora lì piantata per terra, con la notte in agguato e le luci di Natale inspiegabilmente spente che pendevano come corpi appesi a un cappio.
Valeria sente il portone sbattere. Vetri e metallo, un battito netto conosciuto.
Sono la mamma e il papà! Forse erano ancora a casa!
Si volta.
C’è una bimba dai capelli nero pece. La pelle è candida come la neve. Schiocche rosse sulle guance. Il bordo nero che disegna ghirigori antichi su una base verde pisello.
Si guardano.
Un urlo.
Si tira a sedere sul letto. Deve aver urlato per davvero. Le lenzuola sono calde e stranamente umide di sudore, visto che è inverno ormai.
L’avranno sentita stavolta. Le sembra ridano. È indispettita.
La porta è accostata, mette dentro il naso. Sente lei che dice «ti amo» piano piano e con una dolcezza sconosciuta, dolorosa come un pugnale nel cuore. Il cuore di Valeria. Sente lui che con voce ansimante le dice «Tu sei tutta la mia vita». Sente rumore di corpi, sente che lì c’è qualcosa di bello, ma sente un odore che non le appartiene.
Accende la tv. Solito zapping tra un porno soft, manga violenti e televendite. L’albero è spento, è addobbato male perché lo ha fatto tutto da sola. Si avvicina alla presa elettrica e le luci sghembe e tristi, per metà interrotte, prendono a luccicare.
È stata quella la notte in cui Valeria ha deciso che mamma e papà non avrebbero più fatto parte della sua vita, come lei non faceva parte della loro.
Mancavano pochi giorni al Natale.

«Sinceramente non so se sia stato meglio o peggio che io non collegassi i film porno con quello che stavano facendo i miei genitori!»
«Ma non stai dicendo sul serio!»
Valeria era al telefono con Alessia, una nuova collega di lavoro con cui si era trovata subito in sintonia. In realtà i suoi colleghi le piacevano quasi tutti e aveva mantenuto dei buoni rapporti anche con quelli dell’altro Supermercato, ma quello era una via di mezzo, né grande né piccolo, mentre questo era uno di quelli enormi, in cui i clienti passavano delle ore, e lei adorava chiacchierare con loro quando stava alla cassa e li osservava curiosa mentre sistemava gli scaffali.
Il suo albero di Natale era bellissimo. Aveva optato per le tinte del viola e del bianco, lo aveva cosparso con la neve finta e il riflesso nello specchio accanto alla porta d’ingresso dava una sensazione di doppia esposizione alle festività.
A lavoro aveva dato piena disponibilità per tutto il periodo natalizio, come al solito, ma Cecilia, la sua collega super mamma con tre figli e quel bel marito simpatico, aveva chiesto di darle libero il pomeriggio del 24 dicembre per invitarla al cenone, mentre il 31 sarebbe uscita a cena proprio con Alessia, che single da poco dopo tanti anni voleva solo rilassarsi, mangiare, brindare a mezzanotte in punto e poi tornare a casa. Valeria la stava convincendo a fermarsi a dormire da lei, visto che entrambe avrebbero poi lavorato il primo gennaio. Le aveva mandato un messaggio e Alessia le aveva chiesto di chiamarla, era mezzanotte ed erano al telefono da un paio d’ore.
«Sì ma come siamo arrivate a parlare di nuovo dei tuoi? Ah giusto! Ti stavo chiedendo cosa avresti fatto se loro non fossero stati… ehm… così!?»
«Io volevo studiare astronomia o forse avrei pensato direttamente di poter fare l’astronauta!»
«Bello! Ti ci vedo sai? Però Vale, almeno tu hai iniziato a lavorare presto, ti sei addirittura comprata casa e hai solo 27 anni, io ne ho 31 e dopo una laurea e un master sto facendo uno stage sperando che mi prendano per la carriera dirigenziale…»
«Potevi non studiare economia e marketing o qualsiasi altra cosa tu abbia fatto!»
«I miei mi hanno rotto le scatole, per quello poi nel tempo libero ho fatto tutti quei corsi di acquerello… io volevo fare la pittrice!! O che ne so, lavorare nel campo artistico, internazionale magari, sai che meraviglia!!»
«Mio padre mi disse: “Già abbiamo acconsentito a farti fare lo scientifico invece che il classico, ora o diventi un notaio come me e dai un senso al tuo percorso perpetuando la dinastia Grosso oppure non sono disposto a darti nemmeno un centesimo”.»
«Ma ha davvero detto “dare un senso”?»
«Alessia si chiudevano in camera per scopare e a me non hanno mai fatto nemmeno una carezza, trovi che “dare un senso” non aderisca al modello educativo??!!»
Le due iniziarono a ridere.
«Quindi hai iniziato a lavorare…»
«Era il giorno del diploma, siamo andati a pranzo, anzi no, era il giorno degli orali, non sapevamo nemmeno il risultato ancora! Siamo stati zitti per un po’, poi loro si sono messi a parlare per i fatti loro. Tornati a casa io ho iniziato a fare le valigie nell’indifferenza più assoluta, ho preso tutte le mie cose. La mattina presto del giorno dopo sono andata in banca a ritirare i soldi che mi aveva lasciato la nonna, sono tornata a casa, li ho salutati e sono andata un paio di giorni da mia zia, la sorella di mamma con cui ci frequentavamo pochissimo perché li trovava morbosi… Voleva che restassi lì con lei ma nel giro di un mesetto ho trovato lavoro in un bar e ho preso una stanza in affitto.»
«Wow sono già quasi 10 anni che vivi da sola…»
«In realtà quella prima casa mi ha salvato la vita, era enorme, circa 140 metri quadrati, e ci vivevamo in cinque, spesso sei perché il fidanzato di una mia coinquilina che lavorava a Milano era quasi sempre con noi nel weekend. La VillaMatti l’avevamo chiamata!»
Era la notte tra il 21 e il 22 dicembre, mancavano pochi giorni al Natale.
Valeria accese un’altra sigaretta e si avvicinò alla finestra, quella sul cui vetro il suo albero emanava un altro riflesso, sfocato stavolta. Torino era illuminata e dalla sua mansarda di piazza Vittorio spiava il buio della notte più lunga dell’anno. Il brusio saliva dallo spiraglio aperto che permetteva al fumo di disegnare arabeschi che sembravano divenire solidi al cospetto del gelo. Riprese a camminare avanti e indietro per la casa, con i suoi calzini di pelo spesso, grigi a pois rossi, rideva e osservava ancora la consistenza del freddo sabaudo.
VillaMatti era stata la sua salvezza, era stata la prima casa in cui aveva riso fino a sentirsi male, quella in cui aveva imparato a raccontare a voce alta il supplizio dell’infanzia; la prima in cui aveva fatto l’amore liberandosi dalla sensazione di sudicio che le aveva lasciato addosso quella soglia ansimante e il posto in cui in un abbraccio unico i suoi coinquilini l’avevano stretta per ogni delusione. Dentro VillaMatti era diventata una persona “normale”.
Era passata da poco l’una quando lei e Alessia attaccarono il telefono. Valeria aveva in corpo la frenesia delle chiacchiere, la gioia di aver trovato una nuova amica, aveva voglia di fumare un’altra sigaretta e di bere ancora un po’ di birra. Stava meditando se aprire o meno una di quelle bottiglie artigianali che le aveva regalato un tipo noioso con cui stava uscendo, e che non le dava tregua.
Suonarono alla porta.
Torino le parve improvvisamente zitta. La piazza non faceva più rumore. Il cielo era spesso. Per un attimo anche il respiro e il cuore di Valeria cedettero il passo al nulla.
Si avvicinò lentamente, un po’ per non far sentire i suoi passi, un po’ per timore.
«Valeria… ciao, sono Adele. Tu non mi conosci, guarda dallo spioncino, non avere paura. Se vuoi ti lascio qui davanti alla porta borsa e cappotto così puoi controllare che non ho nulla per farti del male…» una candida voce, morbida, le parlava dall’altro lato.
Valeria aprì la porta di scatto.
Le si parò davanti agli occhi un riflesso spettrale. Questa ragazza era impercettibilmente più alta di lei – lo sapeva, in qualche modo lo sapeva che era una questione di pochi centimetri – e aveva i capelli neri di giovane corvo, la pelle pallida e le labbra carnose, tenere e un po’ volgari, come le sue. Gli occhi erano color nocciola, anche quelli forse un punto più scuro dei suoi. Indossava un abito colorato, in velluto, degli anfibi. Era bella. Era bella come lei. Era identica a lei.
«Sono tua sorella Valeria.»

Senza dire una parola in più l’aveva fatta entrare in casa, si era vergognata del disordine e aveva provato a specchiarsi velocemente mentre scioglieva la coda di cavallo, per poi legare di nuovo immediatamente i capelli perché anche quelli di Adele erano lisci e sottili e se li avessero tenuti entrambe sciolti avrebbe temuto di non riconoscersi più.
«Di solito parlo…»
«Come potresti? O mamma mia Valeria, io avrei voglia di abbracciarti invece! Ho aspettato così tanto prima di venire da te!»
«Ho bisogno di qualche informazione in più…» una strano tremito di appartenenza mai provato prima. Il sentirsi a proprio agio. «Io… Tu sei identica a me… Tu… Posso offrirti una birra?»
«Magari, sì grazie! Da dove posso iniziare?» anche il suo doppio stava godendo di quell’odore comune, che attendeva da tempo.
Valeria stappò una delle due birre artigianali e le versò in due piccoli boccali. Adele si guardava intorno, avrebbe voluto dire tante cose ma si avvicinò all’abete e carezzò gli aghi imbiancati. Guardò fuori dalla finestra e a Valeria girò la testa, perché le sembrava di essere in due posti contemporaneamente.
Poi sua sorella si voltò e le sorrise: «Io ho scoperto della tua esistenza circa sette anni fa, quando avevamo vent’anni. I miei genitori mi avevano già detto che ero stata adottata, ma mentre stavamo facendo gli scatoloni per traslocare ho trovato una foto. C’erano due bambine in quei brutti lettini d’ospedale. Ho sentito una certezza violenta addosso. Mi hanno dovuto dire di più.»

Marta aveva partorito due gemelle. Lei e Giorgio avevano deciso che avrebbero provato ad avere un bambino solo per far contente le loro famiglie, ma non erano sicuri di volere figli. Si bastavano a vicenda, in un modo intimo tanto da imbarazzare e complice tanto da fare invidia. Marta era rimasta incinta abbastanza facilmente, dopo pochi mesi di tentativi che in realtà avevano reso la loro routine sessuale, ricca e appagante, sempre desiderata e che a volte li portava lontano dagli eventi mondani, ancora più fitta e sfrenata. Poi avevano scoperto le gemelle. Loro non volevano nemmeno un figlio, non ne avrebbero tenute due. In modo non del tutto onesto erano riusciti ad avere il consenso a tenere solo una delle bambine, con perplessità del centro adozioni, del ginecologo, dell’ospedale, ma la loro conoscenza che rimase sempre un segreto era stata più potente di qualche scartoffia o della morale o del concetto di famiglia. Con poco interesse i due novelli genitori avevano anche permesso a quelli che sarebbero poi diventati la madre e il padre di Adele di “scegliere” la bambina che preferivano. I due coniugi Costa, inorriditi, avevano preso la bimba nella culla più vicina ed erano fuggiti via, rammaricati di aver salvato solo una bambina da un futuro incerto, probabilmente infelice.
Adele era stata amata. Adele era stata ascoltata, curata, educata e sorretta. Adele aveva lasciato l’università quando aveva scoperto dell’esistenza di Valeria. Se l’era presa con i suoi, era andata a vivere negli Stati Uniti da una delle sue più care amiche e solo dopo quattro anni era tornata in Italia. La sua mamma e il suo papà l’avevano aspettata con calma e pazienza, sapevano che avrebbe fatto dei passi indietro, erano stati a trovarla negli USA pochi giorni dopo una sua telefonata e quando era rientrata l’avevano poi aiutata a trovarsi un lavoretto. Adele con calma aveva deciso di andare da quella stessa zia da cui Valeria aveva soggiornato per un mese. Si era fatta raccontare qualcosa dei suoi genitori e qualcosa su sua sorella.

«Perché sei venuta proprio oggi?»
«Non lo so.»
«Sai già tutto di mamma e papà?»
«So che non volevano figli.»
Le parole di Adele furono schiaffi in pieno viso per Valeria. La zia a lei non aveva mai detto che più volte si erano rammaricati di aver tenuto “una delle due bambine”, che avevano addirittura provato a chiederle se la volesse lei, fingendo che fosse sua figlia! Ogni singola volta quel vuoto d’amore faceva sempre più male.
Quando Valeria prese parola e raccontò alla sua gemella non solo della sessualità sovrastante dei suoi, ma dei gesti d’affetto che si scambiavano quotidianamente e di cui lei era stata privata, dei mancati incoraggiamenti, del non aver mai ricevuto una domanda veramente interessata, fu il cuore di Adele ad andare in frantumi.
Valeria reagì prima con entusiasmo e poi con un pizzico di irritazione, trasformata in tristezza, quando seppe che Adele si era appena iscritta alla facoltà di astronomia. Aveva superato i test, i suoi le avevano pagato una brava docente che la preparasse a dovere e l’avrebbero sostenuta negli studi economicamente. Lei avrebbe provveduto col suo lavoro di commessa in una boutique carina del centro a pagarsi l’affitto e tutte le sue spese.
Anche Adele si sentì prima stupita e poi in imbarazzo, e un po’ dispiaciuta, per sua sorella che aveva la sua stessa passione per le stelle ma che non aveva potuto coronare il suo sogno. Le disse che avrebbe parlato con i suoi, che aveva una polizza assicurativa a suo nome e l’avrebbe sbloccata volentieri per lei e che avrebbero potuto frequentare i corsi insieme.
La notte incalzava, ma la lungaggine del buio del solstizio permetteva alle due di continuare a scambiarsi nei ruoli e nel racconto, di confondersi ogni volta che si ammiravano, di appartenersi senza essersi mai toccate.
«Ma i tuoi lo sanno che sei venuta qui.»
«Non lo sa nessuno, era una cosa che dovevo fare da sola.»
«Ma come mai secondo te non ci siamo mai incontrate?»
«Allora temo che i nostri genitori, Marta e Giorgio, avessero imposto ai miei di andare fuori Torino. Poi appunto quando io avevo vent’anni abbiamo venduto la villetta a Chieri per un appartamento in Precollina. Credo si fossero stufati di sottostare a quell’obbligo, e forse volevano che io lo scoprissi, mi sono sempre chiesta come quella foto sia finita tra le mie mani…»
«Posso chiederti una cosa, so che è folle…»
«Dimmi!»
«Puoi provarti un mio vestito?»
«Oddio! Perché?! Comunque sì, certo!»
«È che mi sembri un po’ diversa da me fisicamente, magari ti sta talmente bene che posso chiederti di lasciarmi questo splendido che hai addosso!»
«Ma te lo lascio lo stesso, mi basta anche una tuta per tornare a casa!»
«No dai! Provati il vestito, è bello ma io ho un po’ di pancetta che tu non hai, ti starà da dio!!»
Mentre Adele provava il vestito Valeria stappò altre due birre. A quel punto come nella più decadente delle fiabe di Natale le due sorelle iniziarono a parlare di ragazzi, di viaggi, di esperienze, a ridere, a marchiarsi.
Ad Adele in effetti quell’abitino calzava a pennello. Non era così tanto diversa da Valeria ma aveva due o tre chili in meno, il fisico scolpito da qualche attività fisica, e una leggerezza d’animo che con i colori frizzanti di quel tubino si sposava a pennello.
Il gioco andò avanti, tra una sfilata e una battuta e un tenero sorriso, fino a quando Adele svenne.
Valeria non sapeva esattamente quando lo aveva deciso. Il Mysoline, un barbiturico, era lì da circa sei mesi, da quando lo aveva dimenticato Francesco, un suo vecchio coinquilino di VillaMatti che era andato a trovarla un weekend. Le gocce di Lorazepam le prendeva lei, gliele aveva fortemente consigliate il suo analista, per sedare l’insonnia permanente di alcuni suoi periodi. Aveva rovesciato l’intero contenuto delle gocce e tutte le pillole rimaste, una decina, nel secondo boccale di birra di sua sorella, poi avevano aperto le lattine di Tennent’s. Ad Adele girava un po’ la testa e le venne una leggera nausea, credeva di essere brilla, poi svenne di colpo, per fortuna. La sua gemella cambiò stanza per non assistere alle convulsioni e ai gemiti.

Valeria indossò la sua biancheria – che le aveva fatto sapientemente togliere proponendole di provare un body molto sexy da sfoggiare con il suo ragazzo, che la sorella le aveva mostrato in foto, un bel ragazzo di trent’anni, futuro medico, con cui avrebbe avuto un amplesso selvaggio prima possibile. Annusò le mutandine prima di infilarle, con un piacere torbido in mezzo alle cosce, poi indossò il reggiseno, stranamente ancora caldo. Le calze nere di lana le calzavano a pennello e quell’abito, un po’ morbido, le stava benissimo. Avrebbe dovuto mettersi subito a dieta e intensificare gli allenamenti, o meglio iniziarli, visto che lei poteva permettersi solo di andare a correre quando non era troppo stanca.
Lasciò il barattolo vuoto delle pillole sul comodino e la boccetta delle gocce la sistemò teatralmente sul tappeto ai piedi del letto. Adele era riversa sul copripiumino purpureo.
Indossò il soprabito di elegante finto camoscio imbottito e ammirò la bellissima borsa in pelle.
Erano le sei del mattino e la notte più lunga dell’anno avvolgeva ancora Torino. Quelle tenebre le permisero di attraversare la piazza con notevole leggerezza. Si premurò di fumare l’ultima sigaretta appena fuori casa e poi avrebbe iniziato a usare il tabacco di sua sorella. Il fumo della sigaretta fendeva il freddo, nei suoi nuovi panni si sentiva felice. Per la prima volta felice.
Tirò fuori dalla borsa una sciarpa violetta e la avvolse intorno al collo, un palpito di cuore nello stomaco la fece quasi fermare ma poi svanì d’improvviso. Il buio incessante aveva nascosto quel profumo così aspro, speziato e denso, il ricordo di un amore mai vissuto.

Photo “Mirror for Witches” by lostknightkg on Deviantart

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