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The dark side of Caparezza

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“Del giorno in cui mi cadde il mondo addosso ricordo tutto pure l’ora e il posto, il contraccolpo poi la stretta al collo… la stretta al collo… la stretta al collo…”
Raccontarsi non è mai semplice. Raccontarsi sul serio, intendo. Mettere a nudo le proprie debolezze, i propri limiti , i propri lati negativi e, per quanto possa sembrare paradossale, è ancora più difficile farlo nel mondo della musica e dello spettacolo. Un mondo in cui le emozioni sono vendute a buon mercato, così come dice la cantante australiana SIA nella sua “Cheap thrills”.
Un tempo la follia e i tormenti erano muse ispiratrici di grandi creazioni che hanno lasciato un segno indelebile nella storia. Penso ai fantasmi di Edgar Allan Poe, ad esempio, o all’immobilità fisica di Frida Kahlo. Storie orribili e disperate che hanno prodotto bellezza perché, come dice un tale De Andrè: “dal letame nascono i fiori”.
Storie che, dinanzi all’immensità di ciò che hanno creato, risultano superflue e insignificanti, non perché non siano degne di attenzione ma perché l’artista, quello vero, sceglie di donare al mondo le sue opere, non la sua vita privata.
Oggi, nell’era del talent e del reality, ci si emoziona per storie insignificanti, di uomini altrettanto insignificanti. Ci si emoziona per una discutibile interpretazione di “Sally”, avvenuta ad X-Factor 2017.
Per carità non ho nulla contro l’interprete che l’ha eseguita ma trovo un tantino esagerato parlare di “fenomeno”.
È che si sprecano parole su parole e pantomime varie solo per ottenere un patetico effetto televisivo.
Le emozioni vere invece dovrebbero essere quelle che bussano timidamente alla porta con le nocche, dovrebbero aiutarci a maturare, a riconoscere il bello e, perché no, insegnarci a vivere.
Oggi riusciamo a trasformare in idoli personaggi come Bello Figo, l’anonimo Liberato, addirittura l’inesistente Cambogia, operazione di marketing magistralmente, e tristemente, riuscita.
L’arte ormai è divenuta intrattenimento da bar, colonna sonora di una pizza e una birra, culla rassicurante per chi fugge costantemente dal confronto con se stesso, mezzo per ottenere dello squallido sesso, animale da compagnia che accudiamo passivamente.
Eppure nel grigiore generale c’è ancora chi è in conflitto con i propri fantasmi.
Esistono ancora uomini capaci di esplorarsi nel profondo e di accettare il mondo per com’è fatto, creando qualcosa di bello dalle sue brutture.
A ribaltare il tavolo ci ha pensato Caparezza, anzi no, Michele Salvemini con il suo ultimo album “Prisoner 709”.
Come un supereroe è tornato per mettere in luce tutto un sottosuolo di pensatori e creativi, nascosti come ratti, emarginati da visual e like, schiacciati da tormentoni stagionali e mode effimere.
È tornato con un album puro, genuino, sincero, umano. Il disco più rappresentativo del nostro tempo.
Michele si reca nella foresta oscura per andare incontro al suo destino e confessare al mondo che Caparezza è la sua gabbia, la parte di Voldemort che vive dentro di lui.
“Nessuno dei due può vivere se l’altro sopravvive!”
Forse è appena iniziata una guerra, forse tra i due ci sarà una tregua, forse vincerà ancora Caparezza, ma sta di fatto che Michele ha trovato il coraggio di combattere la sua stessa creatura, raccontandosi come non aveva mai fatto prima.
Non ci ha solo permesso di osservarlo dallo spioncino della porta, ci ha accolto nella sua intimità.
Ci ha messo in imbarazzo perché ha mostrato che anche gli eroi e i profeti, a cui ci aggrappiamo costantemente, sono uomini con dei limiti. Non sono indistruttibili.

Michele ha tramutato i suoi mali, le sue insicurezze, le sue paure, la sua solitudine in un’opera maestosa, senza cercare compassione o lacrime da salotto televisivo.
Come Edgar Allan Poe, come Frida Kahlo, come solo i più grandi sanno fare e Michele Salvemini, no Caparezza, oggi è il più grande di tutti.
Come una divinità mitologica con una dolce carezza, una vera carezza, di quelle pesanti come un macigno, ha spazzato via quel deserto creativo che invade quotidianamente social, radio e tv.
Il disco è colmo di influenze musicali, citazioni, pensieri, incoerenza, perché, come diceva il grande Luciano De Crescenzo: “Solo gli imbecilli non hanno dubbi”.
– “Ne sei sicuro?”
– “Non ho alcun dubbio!”
I brani sono uno più bello dell’altro con un sound ricercato, variegato ma al tempo stesso compatto e lineare. Si percepiscono echi di PFM mescolati ai Foo Fighters, dubstep e hardcore, elettronica e soul. Michele durante il disco cambia spesso registro, si camuffa, si diverte con la voce. Il dualismo non è soltanto testuale ma fisico e vocale, come se lo scontro con Caparezza avvenisse durante l’esecuzione delle canzoni. Dei testi occorre che ve ne parli davvero? Chi lo ascolta dalle prime produzioni sa benissimo che si tratta di un abile paroliere, un ingegnoso creatore di immagini, pungente e satirico. Giochi di parole come “Nei pallazzetti pazzeschi sarò Palazzeschi” oppure “E non aspetto altro che avere un altro aspetto”. Versi al vetriolo come “Non venerare la modernità, è di plastica, negli anni 30 la modernità era la svastica” e potrei citarne decine e decine.
Il brano “La caduta di Atlante”, di cui è citato il ritornello all’inizio dell’articolo, è decisamente il mio preferito. Nulla è lasciato al caso. La scrittura di Michele è metodica, elaborata, pensata e composta da tanti piccoli tasselli. Michele non è solo un rapper. È un cantautore, un rocker, un drammaturgo, un fumettista, uno scultore. Insomma: È UN ARTISTA!
Cercare di spiegarlo in ogni minimo dettaglio non gli renderebbe giustizia e rischierei di essere approssimativo. Anzi sono fiero di ammettere che, nonostante abbia acquistato il disco quasi due mesi fa, colgo sempre nuovi aspetti stimolanti e di questo gliene sono grato.
Per cui il mio consiglio è: ritagliatevi del tempo, mettevi comodi, chiudete facebook, instagram, pornhub e accogliete questo disco.
Apprezzatene i contenuti. Comprendetene le influenze e le citazioni. Cercatene la provenienza.
Fate davvero qualcosa che vi farà stare bene!

 

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