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James Ivory, pagine in costume

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Vi piace la letteratura ottocentesca fino al confine con la Grande Guerra? Vi piace il cinema rigorosamente in costume? Se così è, non potete disgiungere questo binomio semantico dal binomio di un nome: James Ivory.
Ma che legame ha con la letteratura il regista americano (sì, americano, quand’anche la sua riconosciuta sensibilità lo ha spesso portato a essere identificato col prototipo del regista britannico)?
Presento un trittico di nomi e vediamo se finiamo col concordare: Henry James. Jane Austen. Edward Morgan Forster. Non tralascerei, benché decisamente di ambientazione più novecentesca, Kazuo Ishiguro.
I romanzi hanno dalla loro la capacità di farci immergere in un mondo in un tempo medio o lungo, dipende dalla velocità di lettura e dalla lunghezza del libro, obbligandoci a immaginare quanto la pagina (o il sostegno tecnologico, ahimè, comodo ma spoetizzante per uno sniffatore di libri quale io sono) descrive. I film, indubbiamente più brevi del tempo richiesto per la lettura compiuta di un tomo (a meno che essi non siano tratti da pièce corte, come il magnifico Lettera di una sconosciuta di Zweig sulla carta e di Ophüls sullo schermo), riassumono pagine, volti e parole in azioni registiche ben precise e sono pertanto vissuti attraverso occhi altrui, benché comunque rielaborati dal nostro intelletto durante e dopo la visione.
Ivory ha iniziato il suo percorso proprio con Henry James, nel 1979, mediante il film Gli europei, tratto dall’omonimo romanzo. L’autore, peraltro già cinquantenne, intuisce la propria affinità con le tematiche sociali e culturali proposte dallo scrittore e infatti tornerà da lui per I bostoniani nel 1984, finendo per “saccheggiarlo” un’ultima volta nel 2000 per The Golden Bowl. La caratteristica dei temi di James, ovvero quella di valutare sempre la penetrazione della moralità o del suo opposto nella data classe sociale scelta, ne fanno un ispiratore d’eccezione per i registi (si pensi, tra i tantissimi, a L’ereditiera, La camera verde, Ritratto di signora, Le ali della colomba, Washington Square etc.).
La Austen, invece, viene solo sfiorata, nel pur originale e metateatrale Jane Austen a Manhattan, datato 1980. Nel corso della propria carriera Ivory penserà a diverse riduzione dall’autrice inglese, lasciando però ad altri l’onore di mettere in pellicola i vari Orgoglio e pregiudizio, Emma, Ragione e sentimento e Persuasione.
Tuttavia, la collaborazione più ricca e speculare è quella che lega Ivory a Forster. Quest’ultimo era da poco giunto – ormai defunto da 14 anni – nelle sale grazie al sontuoso David Lean (Passaggio in India, 1984) e gli occhi di Ivory caddero su questo scrittore, del quale avrebbe mutuato Camera con vista (1986), Maurice (1987) e Casa Howard (1992). Il primo, ambientato a Firenze, vede protagonista Helena Bonham Carter, per anni la reginetta dei film in costume prima della svolta dark tramite il compagno Tim Burton, accanto a un cast eccezionale: Daniel Day-Lewis, Judi Dench e Maggie Smith. Il secondo affronta non senza coraggio il tema dell’omosessualità (Ivory era ed è un gay riconosciuto dalla relativa comunità) con un Hugh Grant agli esordi. Il terzo è probabilmente il film più celebre del regista, complice la presenza di un titanico Anthony Hopkins, affiancato da un trio femminile straordinario: Emma Thompson, Vanessa Redgrave e naturalmente Helena Bonham Carter.
Citavo Kazuo Ishiguro. L’altro capolavoro di Ivory è molto probabilmente Quel che resta del giorno, girato non a caso l’anno dopo Casa Howard e non a caso con gli stessi due protagonisti: l’accoppiata Hopkins & Thompson. L’opera, che snocciola nei titoli di testa altri volti arcinoti come Hugh Grant, James Fox, Christopher Reeve, Peter Vaughan, Ben Chaplin e Michael Lonsdale (curiosamente di nuovo sullo stesso set con James Fox, come già accadde – ma lì erano i protagonisti – per l’ottimo Lo sciacallo di Fred Zinnemann), stupisce soprattutto perché descrive con un’intensità rara le logiche di ruolo e di casta dell’Inghilterra più classica, ma nasce dalla penna di uno scrittore anglo-giapponese e dalla cinecamera di un filmmaker statunitense. I due si troveranno così bene che Ishiguro verrà chiamato da Ivory per tratteggiare anche soggetto e sceneggiatura de La contessa bianca (2006), parzialmente tratto dal romanzo di Junichiro Tanizaki.
Sarebbe tuttavia un torto non citare la storica collaboratrice di Ivory, Ruth Prawer Jhabvala, che per decenni è stata il braccio destro (quello della scrittura) di Ivory stesso, eccellente adattatrice di capolavori della letteratura (Oscar per la miglior sceneggiatura non originale sia per Camera con vista che per Casa Howard) ma altresì romanziera: il suo Calore e polvere sarebbe infatti diventato un lungometraggio – ça va sans dire – grazie ad Ivory, nel 1983.
Per chiudere: James Ivory ha girato decine di film, a partire da inizio anni Sessanta, ma la notorietà è giunta solo con la maturità, che però è coincisa col suo aver messo al servizio di classici letterari quella sua peculiare percezione dei rapporti sociali e umani (questi ultimi sovente schiavi dei primi) che ne caratterizza stile e ambizioni artistiche. In assoluto, il più grande divulgatore cinematografico di narrativa d’antan. Un cinema che forse potrà sembrare “per signore” ma che ha dentro di sé temi immortali delle relazioni tra persone: e l’altra metà delle “persone” sono i “signori”.

James Ivory Ricamo Editoriale Domiziano Pontone Ciak si legge
James Ivory “Quel che resta del giorno” – set

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