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Il disco “liquido” di Brunori Sas secondo me

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La primavera era alle porte con le sue splendide giornate di sole e il clima perfetto.
Quel giorno decisi di svegliarmi presto per andare a correre. Intendiamoci, non sono un fanatico della corsetta all’alba, infatti per “sveglia presto” intendo le dieci e mezza/undici. Ogni tanto, però, ci tengo a condurre una vita pseudosana, sopratutto dopo aver appreso da Murakami che a trentaquattro anni potrebbe svegliarsi in me una folle passione per la corsa, ma dubito fortemente che questo mi porterà a percorrere la Grecia correndo. Lo definirei più un “Valenzano coast to coast”, nome del minuscolo paese in cui vivo in provincia di Bari. Solitamente, quando mi capita di cimentarmi in questa attività, porto con me un lettore mp3, così ne approfitto per ascoltare qualche nuovo disco mentre mi appresto a fare un po’ di sano sport in tenuta fantozziana, con tanto di mutandone ascellare (sul mio profilo Facebook potrete trovare una rara rappresentanza di questo evento).
Clicco su “play” e inizio con una camminata veloce di riscaldamento tra le campagne valenzanesi. Parte in dissolvenza uno strumentale che mi ricorda molto “Bocca di rosa” di De Andrè, nella versione con la PFM, cresce come un treno in avvicinamento fino a sussurrarmi nel cervello: «Te ne sei accorto sì, che parti per scalare le montagne e poi ti fermi al primo ristorante e non ci pensi più». Un po’ demotivante per uno che sta cercando di combattere la propria pigrizia per mettersi in forma, non credete? In barba ai premi Nobel degli aforismi motivazionali, i cantautori riescono sempre a farti sentire speciale per aver conseguito il dottorato in procrastinazione.
In questo caso Brunori Sas – cantautore di origini calabresi con quattro album all’attivo e diversi riconoscimenti importanti – con pochi versi semplicissimi, ma incredibilmente veri, riuscì a parlarmi come un vecchio amico in un momento della vita in cui ero in conflitto con me stesso, non certo per la decisione di andare correre o meno ovviamente! Il brano in questione s’intitola “La verità”, apertura del nuovo album “A casa tutto bene” pubblicato a gennaio del 2017.
Ironia della sorte, solo qualche brano più avanti, l’amico Brunori mi dirà che «a volte basta solo una stupida canzone, a ricordarti chi sei».
Questo è il potere delle canzoni, quelle vere, cantate con “anima e core”, che colmano completamente chi le esegue e chi le ascolta, come un incanto patronus.
Ricordo che ascoltai quel disco tutto d’un fiato, anzi, d’un fiatone a essere sincero, e, fresco fresco di allenamento, corsi a comprarlo.
Sinceramente fino ad allora non avevo mai ascoltato i suoi dischi, non per qualche motivo preciso, semplicemente perché c’è così tanta musica da scoprire che alle volte sei costretto a lasciare da parte qualcuno. Voglio dire, fino a pochi anni fa non mi ero mai soffermato con attenzione su David Bowie ad esempio! Sì, lo so, è un sacrilegio, ma me ne frego altamente della religiosità. Amo scoprire da solo un disco, un libro o un film. Amo l’idea che entrino nella mia vita nel momento in cui ne ho bisogno e non perché debbano servirmi come argomento di conversazione nel localino radical chic di turno. Ho bisogno di vivermi un’opera, non di parlarne per fare il figo!
«Liquido è il mio corpo che si piega a ogni condizione, alcool che si adatta al vetro del contenitore» esordisce nella bellissima baumaniana “La vita liquida”. Decisamente una delle mie preferite insieme a “L’uomo nero”, canzone di un’attualità agghiacciante che racconta con durezza e sensibilità la condizione di paura che si tramuta stupidamente in razzismo e intolleranza. Bellissima l’atmosfera etnica del brano, stupenda la metafora dell’uomo nero inteso come lato oscuro dell’individuo, come citazione all’uomo nero della tradizione popolare di molte regioni del meridione e come contrasto con la pelle nera delle vittime del razzismo dettato appunto da quel lato oscuro. Forse una canzone del genere andrebbe trasmessa quotidianamente in radio di questi tempi. Chissà, magari servirebbe a scuotere le coscienze.
“Canzoni contro la paura” è un inno liberatorio a scrivere per se stessi, per il piacere di cantare, di raccontarsi, di risollevarsi: «Canzoni che parlano d’amore perché alla fine di che altro vuoi parlare, che se ti guardi intorno non c’è molto da cantare, solamente un grande vuoto che a guardarlo ti fa male», la disillusione del nostro tempo, il crollo totale di chi sperava in un cambiamento, il cedimento che probabilmente appartiene per antonomasia a trentenni e quarantenni che, dopo la frenesia rivoluzionaria dei vent’anni, sono costretti a guardare in faccia la propria impotenza decidendo, forse saggiamente, di trovare rifugio nelle piccole emozioni.
Lo stesso tema viene anticipato ne “L’uomo nero” nel verso conclusivo «e io che pensavo che fosse tutta una passeggiata, che bastasse cantare canzoni per dare al mondo una sistemata». Non è la scoperta dell’acqua calda ma in un periodo storico in cui non ci sono Gaber, Guccini, De Andrè, Battiato e compagnia bella a sbatterci in faccia la verità, suona come un petardo in chiesa. Brunori con questa frase distrugge il mito dell’artista eroico, rivoluzionario, solidale, a tutti i costi contro il sistema e mostra lo smarrimento di chi ingenuamente crede ancora nel vecchio cliché del cantautore di sinistra: «se canti il popolo sarai anche un cantautore, sarai anche un cantastorie ma ogni volta ai tuoi concerti non c’è neanche un muratore», canta nella delicata “Secondo me”.
Tanto vale parlare d’amore, ma lui non lo fa. Se per caso qualcuno avesse pensato che si trattasse di un inno alla frivolezza delle vomitevoli canzoni d’amore infettate di buonismo che hanno completamente invaso il mercato discografico, probabilmente non ha ascoltato l’intero disco o è Don Abbondio “con lo sguardo che si sposta sempre altrove per paura che agli indizi poi si aggiungano le prove”, titolo di uno dei brani più significativi del disco, forse il culmine dell’esistenza liquida descritta in questo album che negli ultimi tre brani “Costume da torero”, la già citata “Secondo me” e “La vita pensata”, dona un filo di speranza.
“A casa tutto bene” è stato il mio disco del 2017 e forse lo ascolterò ancora per molto tempo perché ne ho bisogno, perché il mondo non cambierà affatto, pregio/difetto dei dischi che raccontano la propria epoca.
È stato anche il mio disco dell’estate, piacevole da ascoltare in viaggio per cantarlo a squarciagola, ingegnosamente pop. Si avete capito bene! Il bello di questo album è la sua capacità di essere orecchiabile, ruffiano, mainstream. È volutamente non un album di nicchia, complesso nelle melodie e snob. È un album da cantare, bello e ben fatto, con un buon equilibro nella sequenza dei brani. Brunori è l’ennesima dimostrazione che le canzoni possono avere buoni contenuti, ingegnosi, interessanti e stimolanti, senza dover cadere nella limitante definizione di “impegnato”, definizione divenuta tremendamente stretta per chi semplicemente decide di esplorare le molteplici possibilità della scrittura. Le canzoni appartengono a tutti, non è roba per intellettuali da salotto, ma richiede sudore, lacrime, fischi nelle orecchie e cali di voce.
Questo Brunori lo sa e infatti ha sfornato un disco importante, popolare e al tempo stesso impopolare dove l’autocritica equivale a una critica sociale. Un uomo, non un cantante, non una rockstar, non un vip pieno di sé, ma un uomo che ammette i propri limiti in modo profondo, sensibile e sincero all’interno della decadente società liquida, tanto ben descritta dal sociologo Zygmunt Bauman, dove l’attaccamento alla vita cede all’imperativo di rimuovere il dolore e i problemi abbuffandoci di farmaci per placare i sintomi ma senza curare il vero male.
Questo è “A casa tutto bene” secondo me. Chissà com’è invece il disco visto da te.

Alfredo Colella Ricamo Editoriale
Brunori Sas – A casa tutto bene

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