Loading...

“Come della rosa”, un viaggio dentro e fuori se stessi, di Tiziana Rinaldi Castro

Home / Home / “Come della rosa”, un viaggio dentro e fuori se stessi, di Tiziana Rinaldi Castro

Ho conosciuto Tiziana tramite Babelica (www.babelica.it), l’associazione culturale con cui collaboro ormai da più di due anni per i miei corsi. Mi hanno chiesto di moderare la presentazione di questo libro e dunque di seguito è partito tutto l’iter: conoscenza dell’autrice via mail – vista la distanza – e poi lettura del libro e infine il momento che io ritengo sia quello fondamentale, quello intimo… l’unico che conosco e che mi permette di poter interagire con chi i libri li scrive… cosa mi ha lasciato questa storia?

E così sono scaturite una serie di domande, sul viaggio, che non ha a che fare per forza con il “muoversi”; sul femminile e su cosa significhi portarsi addosso l’essere femminile; sulle origini, sulla terra, su ciò che ci lega al posto in cui siamo nati, cose o persone, o sensazioni; sul senso di casa… Tiziana è stata contenta di queste domande e a me ha fatto tanto piacere, visto che di solito lavoro con autori di cui conosco le opere, perché ci ho lavorato, quindi entrare in sintonia è più facile, ma con lei si sono create belle sinapsi… e allora ecco la possibilità di porle ancora queste domande, quasi del tutto similari, e lei è stata così gentile da scrivere le sue risposte.

Alla fine trovate anche la sua biografia e l’elenco delle sue opere.

In questo romanzo parli in qualche modo di te, della tua storia… C’è più Tiziana in Come della rosa rispetto agli altri libri?

Sì, Come della rosa è un romanzo di autofiction. Per la prima volta ho raccontato una storia vera utilizzando la tecnica della finzione narrativa. È stato più facile così anche raccontare la verità della mia esperienza diretta come sacerdote Yoruba e della mia relazione profonda con l’America e con la mia terra in Italia, perché non mi sono dovuta necessariamente attenere alla cronologia dei fatti né alla loro veridicità. Non essendo un memoriale, non dovevo ricordarmi le cose con esattezza, l’importante per me era l’essenza di quella storia, dei suoi personaggi e soprattutto di Harlem nel contesto in cui l’ho trovata in quei primi anni a New York, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Durante la scrittura è stato interessante isolare fatti e personaggi, mescolarli, cambiarli persino, per far sì che la storia, che di per sé a me sembrava importante per tanti motivi -non ultimo il fatto che fosse bellissima- diventasse soprattutto un romanzo, uscisse dalla verità e quindi dalla mia vita per entrare nella finzione letteraria, fruibile da tutti.

Il tema del viaggio è spirituale e materiale al tempo stesso in questo romanzo.
Un viaggio che parte dalle origini, che sono anche le tue origini, quindi dall’Italia, da Sala Consilina, con i racconti su San Michele Arcangelo e si fonde con le divinità del Culto Yoruba, arrivando quindi fino a New York. Mito, fede, religione, spiritualità, un viaggio alla ricerca di se stessi e della salvezza, un viaggio che parte da “casa” e riporta a “casa”, a una chiusura che diventa un nuovo inizio.
Il viaggio materiale è invece quello on the road sulle strade americane: quanto c’è di tuo, quanta ispirazione di film e libri c’è, quanto il movimento lungo le strade è simbolico e quanto può davvero essere la partenza per una redenzione, per il cambiamento?

Di nuovo, entrambi i viaggi sono stati reali per me e lo sono in parallelo anche per il personaggio del romanzo. Il viaggio di andata, la partenza da Sala Consilina per New York è stato per me riconoscimento ed epifania, un’entrata nel mondo che avevo immaginato per anni e nello stesso tempo lo svelamento di un mondo che non avrei mai pensato possibile e che ancora, a distnza di trentatré anni, mi trattiene qui. Lo stesso mondo sorprende anche Bruna Di Michele, detta Lupo, la protagonista di Come della rosa, e le fa abbracciare a New York la religione Yorúbà in cui riconosce la cifra spirituale della propria cultura.
Il viaggio materiale che Bruna compie verso l’ovest è, di nuovo, parte di un mio diario interiore che dura da anni, e nella scrittura del romanzo, letteralmente, alcuni passaggi nel romanzo sono la “trascrizione” fedele di viaggi che ho fatto da New York al Nuovo Messico, all’Arizona, al Messico, da sola o in compagnia. In autobus, in treno, in auto. Le mie impressioni dell’America: spesso la sorpresa, qualche volta il puro stupore, non di rado lo sgomento, una profonda malinconia. Cercavo così tanto e così forte, erano anni durissimi per colpa della giovinezza soprattutto, e della testardaggine che la vita dovesse piegarsi alla volontà: l’America può essere la combinazione peggiore per questo tipo di presunzione, perché c’è il rischio che ti creda e ti faccia spazio. L’ovest, poi, era ed è tuttora, una malia dalla quale spero di non guarire mai, e per davvero allora pensavo che mi avrebbe dato una via d’uscita. Mi ci sono gettata dentro anima e corpo. Quindi sì, ho preteso che iniziasse da lì la redenzione. E dunque è accaduto. In larga misura la volontà è il nostro destino.

Il mondo delle citazioni, su cui tu hai scritto anche in forma saggistica, è molto interessante all’interno di questo tuo romanzo. Abbiamo la casa di Poe a Baltimora ad esempio! Quanto la passione di Lupo per questo autore è anche tua?
Poi, ogni citazione inserita aggiunge sempre senso al testo (pregnante l’esempio dell’Enrico VIII di Shakespeare, con la citazione “Ama per ultimo te stesso”). Dunque le citazioni fanno parte del tuo essere? Quanto in questo caso ti sono venute spontanee durante la scrittura?

Amavo Poe durante la giovinezza, è vero, e nella storia un po’ prendo in giro quel tipo di adorazione adolescenziale da fan. In quel punto del romanzo aveva senso portarlo nella storia, per esplicitare un momento importante nella relazione tra Emiliano e Lupo e per arricchire di sfumature i caratteri di entrambi i personaggi, il romanticismo ingenuo di Lupo, la schietta e cinica ironia di Emiliano. Per quanto riguarda Shakespeare e tutte le altre citazioni, invece, sono serissime, direi. Mi nutro di citazioni, è vero, soprattutto di versi, che ricordo bene e, come i versetti della bibbia per alcuni, mi scandiscono il tempo, mi spiegano le cose, le suggellano. Soprattutto da giovane, nel piccolo paese dove sono vissuta, la poesia, ma in genere la letteratura mi ha allevato. Non c’era molto altro. Poichè Come della rosa è un lavoro di autofiction, Lupo come me è stata allevata dalla poesia e ricorrere ai versi, nella scrittura è stato naturale. E devo dire che mi sono lasciata andare.

Mama: la sua figura così concreta eppure così mistica è in grado di attraversare tutta la vicenda e tutti i personaggi con la sua presenza, e a lei si collega un bellissimo brano che si riferisce al titolo del romanzo (pagina 157/158). Parlaci di Mama e parlaci anche della “rosa”.
E in generale, il femminile segna il tuo libro, perché anche la nonna Angiolina, in dialetto oltretutto, si riferisce alla bellezza e alla potenza della rosa. Queste donne, anziane, mature, “sagge”, sono il motore della vicenda. Questo è uno dei tuoi temi portanti?

Il personaggio di Mama, è vero, è il motore portante della storia. Quando ho iniziato a scrivere le prime pagine di questo romanzo era il 1989, e la “mia” Mama era ancora viva. Sapevo che sarebbe morta di lì a poco, aveva novant’anni. Sentivo il bisogno di mettere a fuoco l’esperienza che vivevo e ogni volta che tornavo dal tempio, minuziosamente, riportavo i nostri dialoghi su carta. Ora sorrido al pensiero. Mi ci sono voluti quasi trent’anni per riuscire a scrivere questo romanzo, perché tanti e non di meno ne sono dovuti passare per capire fino in fondo che cosa sia stata Mama nella mia fortunata vita, cosa abbia significato il suo passaggio, in che modo quegli anni insieme, e la sua morte, hanno intessuto il resto della mia esistenza fino ad ora. Credevo allora, come si pensa quando si raccolgono i pensieri di qualcuno, che fosse importante registrare per non scordare. Oggi mi rendo conto che tranne per gli appunti di medicina fitoterapica sui quali ancora torno, i suoi aforismi e soprattutto i suoi ossimori io li ho tenuti sempre a mente, ma è stato irrilevante, perché ci hanno messo comunque trent’anni a chiarirsi. O almeno spero che si siano chiariti. Forse fra vent’anni, riderò anche di quello che ho scritto in Come della rosa.
La rosa. La rosa è il simbolo della perfezione. Così la insegna Mama nel romanzo, così la offre, così la segnala. È anche metafora della ricerca della perfezione. Ma non della perfezione come arrivo a un traguardo ineccepibile, depurato d’ogni scoria, sofisticato all’estremo. Quel tipo di perfezione è sterile, inutile per chi deve trasformare la sofferenza, perché manca di compassione. Perfetta, invece, come ciò a cui si arrivi per accettazione – quindi con umiltà, con abbandono- e anche per sacrificio, quindi per scelta. Perché accettazione e scelta quando si è in ascolto veramente, sono un’unica vibrazione. Un miracolo. La rosa non è delicata, sopravvive a condizioni estreme, è difficilissimo farla morire, e se la si lascia morire significa aver perduto il senso della misura. E allora bisogna tornare in sé. Offre se stessa come meditazione, pegno, medicina, promessa, avvertimento. Ma soprattutto la rosa, poiché è tutte queste cose, è la possibilità della trasformazione. È questa rosa che sia Mama che la nonna contadina di Lupo coltivano, la prima, consapevolmente, nei suoi insegnamenti spirituali e la seconda, nel roseto della sua casa e nelle sue azioni amorevoli e fortemente morali.
Racconto il femminile anziano e “saggio” con entusiasmo e commozione perché è stato fortemente positivo nella mia vita: mia madre, le mie zie, mia nonna, docenti importanti, Mama, altre guide spirituali, amiche formidabili, le editor che hanno lavorato con me sui miei romanzi.

Scrittura in italiano e scrittura in una lingua straniera: quando hai iniziato a scrivere in inglese? Quando si inizia a scrivere in una lingua che non è la tua di origine? Quanto la lingua influisce sulla storia? E tutto sommato, perché scrivere in italiano se la tua lingua quotidiana adesso è l’americano?

È una domanda sulla quale mi sono soffermata molto e sulla quale ho scritto e sto ancora scrivendo. Per me il passaggio alla lingua inglese ha coinciso con la morte di mia madre. Capita, quando si è lontani, e bisogna fare i conti con le conseguenze di scelte che hanno pesato su tutta la famiglia, che si acquisisca un pudore particolare sulle cose più inattese. Per me è stata la scrittura: non dare a mia madre il dispiacere di scrivere niente che lei non potesse leggere. Quando se ne è andata mi sono data il permesso. E però, come rilevi tu, la domanda sarebbe dovuta essere da sempre: ma come ho fatto ad aspettare tanto? Perché ho pensato e soprattutto ho sognato in inglese così a lungo che sarebbe dovuto essere giocoforza scrivere in inglese, una lingua peraltro che io ho amato ancor prima di possedere fino in fondo. È che in realtà si scrive in una lingua non quando siamo noi a possederla, abitarla, contenerla, ma al contrario quando è lei che ci fa suoi. E io ho parlato non solo l’americano standard ma vari suoi dialetti, in questi decenni: quello di Brooklyn, il dialetto nero del Bronx, quello latino cubano portoricano, quello chicano, il dialetto del west, amando ogni sfumatura di questa mirabile lingua. Eppure credo di essermi completamente abbandonata all’americano solo nel momento in cui ho capito che non sarei più tornata a casa, che nessuno mi aspettava. Perché mia madre se ne era andata. È stato dolorosissimo ma in quel momento ho trovato anche un conforto definitivo alla mia partenza di decenni prima. È come se per la prima volta l’America mi avesse detto: “Vieni cara, sono sempre stata qui” e io avessi risposto “Okay, I am coming, baby”.

Tiziana Rinaldi Castro (Sala Consilina, 1965), vive negli Stati Uniti dal 1984. Si è laureata alla New York University in Cinema e poi in Religioni Africane e Sciamanesimo. Iniziata al culto Yorùbá a New York, ne è sacerdotessa dal 1991. Insegna Letteratura greca antica alla Montclair State University e si divide fra Brooklyn, dove vive con il marito e le figlie, e il Colorado. Ha pubblicato Come della rosa (Effigie, 2017), Due cose amare e una dolce (2007) e Il lungo ritorno (2001) per le Edizioni E/O. Ha completato il suo primo romanzo americano Clara Schuman’s secret.

Comments(0)

Leave a Comment